Golfo del Messico, marea nera: la macchia di petrolio scompare ma il disastro ambientale resta

NEW YORK – E il centesimo giorno la macchia sparì. Se fosse una favola non si sarebbe potuto trovare finale migliore per la vicenda del petrolio disperso nel Golfo del Messico, dalla Louisiana alla Florida. Ma la tragedia ambientale più grave della nostra epoca – 145 milioni di galloni, 550 milioni di litri secondo le stime più pessimistiche del governo, più di dieci volte l’Exxon Valdez – resta un disastro che dovrebbe frenare ogni ottimismo.

Eppure la macchia è sparita: lo dicono le immagini dei radar, lo dicono le testimonianze di chi è volato sul Golfo, lo dicono gli esperti del gruppo ambientalista SkyTruth. L’ombra nera che si allungava per tutto il Golfo si è ristretta fino quasi a scomparire anche se le palline di catrame continuano a raggiungere le spiagge e le chiazze di petrolio miscelato con i disperdenti chimici continuano a turbare la superficie dell’Oceano. Ma proprio questo è il problema: stiamo parlando solo di superficie.

“Un conto è quello che si vede su: sapevamo che prima o poi sarebbe sparito. Noi siamo preoccupati di quello che sta accadendo sui fondali”. La rabbia che Mickey Johnson, pescatore di Bayou La Batre, Alabama, riversa al New York Times, è quella delle migliaia e migliaia di pescatori per cui nulla è più come prima da quel 20 aprile in cui la Deepwater Horizon è esplosa facendo undici morti. Un terzo delle acque sono state chiuse e la pesca sta morendo come il turismo, malgrado le spiagge costrette a chiudere per l’emergenza siano state soltanto 49 su 253: gli americani non si fidano ed evitano il Golfo.

Ma com’è possibile che il petrolio sia sparito? E soprattutto dov’è finito? La prima causa è ovviamente il blocco del flusso. Aspettando che i due pozzi alternativi uccidano il pozzo per sempre, da due settimane ormai il petrolio non esce più dalla falla, fermato dal tappo che ha finalmente funzionato. Poi ci sono le cause naturali. Determinante l’azione dei batteri, che in praticano si sono “mangiati” il greggio, ma anche la capacità del petrolio di evaporare più velocemente di quanto si credesse: secondo il gruppo ambientalista Oceana il 40 per cento del greggio si sarebbe semplicemente volatilizzato. Le due tempeste che si sono abbattute sul Golfo nell’ultima settimana sono state la spazzolata finale. E poi, certo, c’è stata la task force messa in piedi da governo e Bp, 4mila navi, migliaia di spazzini del mare al lavoro che hanno bruciato o soffiato via il petrolio dall’oceano.

Restano da vedere i danni. Due report governativi hanno già sottolineato la concentrazione di sostanze tossiche sul fondo marino: ma siamo ancora agli inizi dell’indagine. Un po’ più in là è invece quella giudiziaria. Dice il Washington Post che gli agenti federali stanno formalizzando quelle accuse criminali che potrebbero anche spedire in galera funzionari della compagnia e delle altre aziende coinvolte: oltre ovviamente ai dipendenti federali del Mineral Management Service che avrebbero chiuso più di un occhio sulla sicurezza in cambio di mazzette. Il centesimo giorno porta davvero buone notizie.

Repubblica