GAZA / Inquinamento, la crisi dell’acqua e il blocco di Israele

GAZA – La Striscia di Gaza e’ la prigione a cielo aperto piu’ grande al mondo. I suoi confini segnano 41 km di frontiera che la separano dai suoi vicini, Israele e Egitto. All’interno del carcere di Gaza sono rinchiusi un milione e mezzo di palestinesi, per lo piu’ rifugiati, precedentemente cacciati dalla loro terra natia in Haifa o nelle aree dove oggi sorge Tel Aviv, durante la Nakba del 1948. Spogliati delle loro case e della loro terra, e oggi confinati all’interno di un carcere progettato da diversi carnefici e complici, tra cui Israele, l’Egitto e la nostra cara comunita’ internazionale.

Senza voler entrare in un dibattito politico approfondito, ho voluto indagare in dettaglio le condizioni di degrado ambientale che esistono e persistono dentro Gaza. L’equilibrio ideale dei cicli naturali e’ stato distrutto gia’ molto tempo fa e poco o non abbastanza è stato detto circa lo stato attuale delle condizioni ambientali all’interno di questa gabbia di cemento. Non giudicatemi frivolo se desidero parlare di ambiente e inquinamento, in un luogo come Gaza dove oltre l’80% della popolazione vive in condizioni di estrema povertà.

Non e’ mio obiettivo lasciare a margine la situazione socio-economica, ne’ sottovalutare le azioni concrete che permetterebbero di ridurre o eliminare le condizioni di estrema poverta’ e vulnerabilità, create in modo vergognoso, principalmente dalle politiche adottate da Israele. Al contrario, questo breve articolo si propone proprio di metter in relazione il tema dell’ambiente con la povertà e la vulnerabilità dei palestinesi che vivono nella prigione di Gaza.

Il ciclo naturale comincia dall’uso della terra e dal consumo giornaliero dell’acqua, acqua da bere, per lavarsi, per l’irrigazione, per gli animali. Il 95% dell’acqua pompata a Gaza e’ inquinata, non adatta a essere bevuta. Come e’ facilmente immaginabile, un milione e mezzo di persone generano quotidianamente una quantita’ enorme di rifiuti. Ma a Gaza esistono solo tre depuratori di acque reflue, depuratori che ricevono ogni giorno tra i 40.000 e i 50.000 metri cubi di acque impure. Succede cosi che i depuratori sono costretti ad operare al di sopra delle effettive capacita’, e che di conseguenza solo una minima parte delle acque impure venga effettivamente trattata, quindi parte delle acque residue inquinanti e nocive vengono scaricate direttamente in mare. In poche parole, più di 80.000 m3 di acque reflue parzialmente trattate vengono rilasciate in mare ogni giorno a Gaza.

La costa di Gaza, anch’essa occupata e controllata dalla marina israeliana, ha una vasta riserva di gas naturale, della quale i legittimi proprietari, i Gazaui, vengono privati. Lasciando la popolazione in una situazione di dipendenza energetica totale da parte di Israele. L’energia che entra a Gaza e’ di due tipi, mediante cioe’ l’importazione di carburante da Israele, carburante che viene trasformato in energia termica (circa il 20% del totale di energia nella Striscia di Gaza) o importando energia elettrica direttamente da Israele. Entrambe le fonti sono come rubinetti che Israele mantiene aperti a suo totale piacimento. |Non e’ pertanto cosi difficile rendersi conto che, come le altre infrastrutture di base, gli impianti di trattamento delle acque reflue funzionano solo se e quando Israele lo permette.

Le acque reflue scaricate in mare minacciano la vita marina mare, eliminando e riducendo il numero delle specie marine. Con conseguenze drammatiche per la vita di 3.700 pescatori che sopravvivono – insieme alle loro famiglie- pescando. Le acque impure rilasciate in mare hanno progressivamente indebolito e impoverito tale gruppo sociale e un intero mercato dal quale dipendono oltre 6.000 lavoratori e le loro famiglie. Un mercato che e’ stato vivo per centinaia di anni, fino a quando il blocco di Israele non e’ iniziato; la zona di accesso ai pescatori e’ stata progressivamente e illegalmente ridotta da Israele a partire dal 2002: da 20 miglia nautiche concordate dagli Accordi di Oslo alle attuali 3 miglia nautiche, tanto che oggi i pescatori palestinesi non possono avventurarsi a pescare oltre 3 miglia (e anche meno), senza rischiare di essere colpiti, arrestati e imprigionati nelle carceri israeliane. Le loro barche vengono confiscate e i motori, che hanno anche un valore in alcuni casi di 4000 dollari, requisiti nei porti israeliani e rivenduti successivamente.

Va ricordato che durante il suo ultimo assalto militare denominato “Piombo fuso”, nel quale sono state uccise 1.326 persone (di cui 540 erano donne e bambini), l’esercito israeliano ha distrutto deliberatamente parte degli impianti di trattamento delle acque reflue (oltre a ospedali, centri medici, ambulanze, ecc).

L’intera popolazione Gazaui estrae dal Sistema Acquifero – attraverso pozzi – l’acqua potabile per il consumo quotidiano. Tale acqua proviene da una falda acquifera che si trova immediatamente sotto il suolo di Gaza. L’ammontare annuo dell’acqua pompata e’ ben al di sopra (circa il doppio) di quella che nella falda refluisce (acqua dolce, pioggia e altri affluenti sotterranei). Cosi ogni volta c’e’ sempre meno acqua nel sottosuolo di Gaza, e a causa della sovraestrazione, vi e’ stata una progressiva intrusione di acqua salata marina proveniente dalla costa, dal momento che la pressione marina e’ maggiore rispetto a quella del bacino interno sotterraneo. La maggior parte della superficie di Gaza contiene più di 500 ppm di cloruro di sodio (comunemente noto come sale da cucina e mescolato con altri sali in piu’ basse concentrazioni), cosi che la maggior parte della popolazione Gazaui consuma acqua con quantita’ eccessive di sale (la concentrazione di sale nell’acqua potabile raccomandatoa dall’OMS è di 20 ppm) e, cosa ancora piu’ incredibile, la popolazione consuma acqua nella quale in precedenza sono state scaricarte le acque reflue.

Inoltre l’elevata concentrazione di sale permette di coltivare solamente quei prodotti agricoli che gia’ contengono elevate concentrazioni saline, come i pomodori (Gaza era famosa in passato per l’export di pomodorini ciliegia di alta qualita’ fino a quando Israele non ha chiuso tutti i confini, impedemdo l’export.) Il risultato e’ un suolo ad alte concetrazioni saline che ha raggiunto livelli di pH compresi tra 8 e 9, con una conseguente diminuizione in quantita’ e qualita’ delle coltivazioni agricole, che non soddisfano la necessita’ di una dieta varia per la popolazione, costringendo i residenti ad importare generi alimentari da Israele.

La autorita’ israeliane impediscono qualsiasi azione di desalinizzazione dell’acqua marina, inoltre vietano l’entrata degli strumenti e materiali da costruzione per riparare i depuratori, non distribuiscono acqua alla popolazione occupata come invece dovrebbero fare in virtu’ del diritto internazioanale e come il diritto umanitario prevede che avvenga da parte del potere occupante sul territorio occupato.

All’inizio del testo, mi sono chiesto, quali sono le ripercussioni ambientali nel carcere di Gaza? Le condizioni di degrado ambientale si legano all’estrema poverta’ in cui vivono i detenuti Gazaui.

Perdonatemi l’espressione, ma esistono pochi carceri al mondo dove i prigionieri sono obbligati a bere acqua contaminata dalle proprie feci, in modo pubblico, sotto gli occhi di tutti e con immagini trasmesse dalle televisioni di tutto il mondo. E ‘evidente che Gaza è diventata un grande tappeto colorato dove si possono sperimentare tutti i giochi possibili (come fanno i bambini quando sono piccoli), ma in questo caso giochi di occupazione militare; un tappeto sotto il quale nascondere, letteralmente, le nefandezze degli autori, le élite dei politici, le elite economiche e militari di Israele, senza pero’ che ci si dimentichi delle responsabilita’ della comunità internazionale e dell’Egitto, e in ultima analisi, dell’Autorità Palestinese e di Hamas, creando una situazione che nessuno vuole sia portata alla luce del sole.

Nena-News.com