PAKISTAN / Governo, crollo imminente della ‘democrazia’ e aria di rivoluzione militare

PAKISTAN – Dopo due anni e mezzo di fragile democrazia, “guerra al terrore”, alluvioni devastanti, declino economico e milioni di rifugiati, ora i recenti appelli dell’auto-esiliato capo della comunità urdu di Karachi, Altaf Hussain invitano a una “rivoluzione” in stile francese.

Nel frattempo, alcune personalità radicali della televisione pakistana hanno contribuito a creare una particolare atmosfera sui loro programmi dove politici, generali in pensione e leader politico-religiosi conservatori si confrontano in un contesto di incertezza dimostrando l’assoluta indifferenza dell’elite pakistana ai veri problemi della gente. Questa sensazione è stata ulteriormente esacerbata dall’incapacità del governo pakistano di avanzare riforme concrete. Ma la caotica situazione interna offrirà un’altra opportunità d’intervento alle potenti gerarchie militari pakistane?

In effetti sembra proprio che potrebbe essere arrivato nuovamente il turno dei generali, solo che questa volta l’esercito potrebbe non porsi alla testa della politica pakistana, preferendo invece tenersi nascosto dietro le quinte. Non è nell’interesse dei militari macchiare ancora la loro immagine all’estero mentre l’intero Pakistan è devastato dalle alluvioni e dalla violenza, e necessita urgentemente di aiuti internazionali per portare avanti (e finanziare) i soccorsi, la ripresa e la ricostruzione del paese. L’incontro della scorsa settimana tra il Capo di Stato Maggiore, Gen. Ashfaq Pervez Kayani, e gli attuali leader del governo dimostra la crescente volontà dell’esercito di spingere aggressivamente in direzione di cambiamenti nel comportamento e nella composizione del governo, ma dietro le quinte, piuttosto che con i carri armati nelle strade.

Molti Pachistani credono che le tre “A” – Allah, forze Armate (Army, nel testo originale (N.d.T.) ) e America – siano responsabili per tutto quello che succede di buono o cattivo nel paese. Ma mentre “Allah” e “America” non sono molto in discussione in questo momento rispetto a quanto avveniva in passato, sono le forze armate che oggi attirano tutta l’attenzione.

Nessuno vuole che i generali si impadroniscano nuovamente del governo. Ma allo stesso modo, appare ugualmente difficile, se non impossibile, rimuovere il governo eletto o forzare dei reali cambiamenti tramite gli strumenti costituzionali.

La costituzione pakistana prescrive che l’opposizione raccolga almeno 172 voti su 342 per approvare una mozione di sfiducia contro il governo eletto ed il suo primo ministro. Ma poiché il Partito del Popolo Pakistano ed i suoi alleati godono di una posizione elettorale dominante, una simile votazione sembra molto improbabile. Incriminare il presidente sarebbe ancora più complesso dal momento che richiede una maggioranza qualificata di due terzi (295 voti).

Un intervento diretto dei militari, anche se non può essere completamente escluso, non sembra un’opzione praticabile: non solo non si ha un’immagine positiva all’estero dell’esercito pakistano (particolarmente per la sua incapacità di combattere i gruppi militanti entro i suoi confini), ma la memoria dei precedenti leader militari in Pakistan, come Pervez Musharraf e Zia ul-Haq, non provoca grandi sentimenti di nostalgia fra la popolazione.

L’alternativa, in questa situazione, è che l’esercito obblighi il presidente ed il primo ministro alle dimissioni, crei un governo di unità nazionale e organizzi delle nuove elezioni generali, come è già successo quattro volte negli anni ’90. Ma anche in questo scenario, evidentemente, l’esercito avrebbe un ruolo pesantissimo, anche se tenuto nascosto; questo è esattamente quello che fece il Gen Abdul Waheed Kakar con il primo ministro Nawaz Sharif nel 1994. E l’attuale capo delle forze armate, Gen. Kayani, praticamente obbligò il governo a reinsediare il Presidente della Corte Suprema Iftikhar Muhammad Chaudhry nella sua posizione durante le proteste del cosiddetto “movimento degli avvocati”.

In ogni caso anche questa ipotesi sembra impraticabile. Il Presidente Asif Ali Zardari, è stato riconosciuto dai suoi alleati come un uomo dai nervi d’acciaio, e una volta disse ai media locali che non avrebbe lasciato la presidenza neanche se fosse stato minacciato di venir portato via in ambulanza.

E ora?

Negli ultimi dieci giorni, si sono tenute ben tre riunioni di emergenza fra gli alleati del governo in seguito a indiscrezioni su un possibile rimpasto. L’ex dittatore Pervez Musharraf ha annunciato il 1° ottobre la pubblicazione del manifesto del suo partito mentre i suoi vecchi colleghi della Pakistan Muslim League, soprannominata “il Partito del Re” a causa del suo sostegno ai generali, stanno formando nuove alleanze per creare la “All Pakistan Muslim League”.

Il principale partito di opposizione, guidato dall’ex-premier Nawaz Sharif, la Pakistan Muslim League-Nawaz, ha reciso ogni legame con il governo ed ha cominciato una campagna anti-governativa con rinnovato zelo ed entusiasmo. Come accennato precedentemente, Altaf Hussain (fondatore del Muttahida Qaumi Movement (N.d.T.) ) sta apertamente invocando un intervento da parte dei generali per riformare la politica pakistana. I leader delle poverissime regioni del Khyber-Pakhtunkhwa e del Baluchistan lamentano aspramente la negligenza e la lentezza della distribuzione dei fondi di emergenza promessi dal governo centrale.

Nel frattempo i media sono sempre più ostili al governo civile. Viene data sempre più copertura mediatica alle critiche nei confronti delle politiche del governo ed alle sue colpe per il terribile stato in cui si trova il paese. Ed i canali d’informazione sono saturi di immagini e filmati di ufficiali militari che distribuiscono viveri e costruiscono ponti e strade. Nonostante qualche rara critica all’approccio molto selettivo sulle attività di ricostruzione e riabilitazione per le disastrose alluvioni, complessivamente sembra che le persone considerino i militari l’unica speranza per ottenere assistenza e ordine.

Tutti questi fattori indicano un qualche “cambiamento” – forse nei prossimi mesi, se non nei prossimi giorni o settimane.

Questo sarà da vedere.

Daud Khattak è un giornalista pashtun che lavora presso Radio Mashaal, la stazione in lingua pashto di Radio Free Europe/Radio Liberty.

 

Traduzione a cura di Medarabnews.com