70 anni fa il disastro ferroviario di Balvano, furono oltre 500 i morti

Il disastro di Balvano (foto Military Railway Service, pubblico dominio)
Il disastro di Balvano (foto Military Railway Service, pubblico dominio)

Sono passati 70 anni, da quando – nella notte tra il 2 e il 3 marzo 1944 – il treno merci 8017 entrò nella galleria delle Armi, tra le stazioni di Balvano-Ricigliano e Bella-Muro, lungo la linea Battipaglia-Potenza, e iniziò a perdere velocità, fino a fermarsi. Il treno rimase così nella galleria di circa un chilometri e mezzo e oltre 500 persone, incastrate e senza vie di fuga, morirono soffocate, a causa della fuoriuscita di gas tossici.

Si consumò così la più grande tragedia ferroviaria della storia d’Italia, passata in secondo piano a causa della concomitanza con gli eventi bellici della Seconda Guerra Mondiale, caratterizzati nel nostro Paese dalla guerra di Liberazione dal regime fascista. Le vittime ufficialmente sepolte nelle fosse comuni di Balvano sono 402, di cui 324 uomini e 78 donne, ma il numero complessivo dei morti varia dalle vittime ufficiali del processo, vale a dire 427, alle 549, di cui 472 uomini e 77 donne secondo il quindicinale potentino Il Gazzettino.

Nel suo volume “Senza ritorno. Balvano ’44, le vittime del treno della speranza”, Patrizia Reso prova a suddividere le vittime per provenienza geografica; i comuni che hanno avuto più perdite di vite umane furono Resìna (l’odierna Ercolano), con 80 morti, poi in ordine sparso Castellammare di Stabia, Cava dei Tirreni, Nocera Inferiore e Torre del Greco. Nessuna inchiesta giudiziaria, né la commissione parlamentare su quei fatti giunsero ad accertare le responsabilità di quella tragedia, che ha ispirato anche lo scrittore noir Alessandro Perissinotto, il quale nel 2003 ha pubblicato un romanzo per Sellerio Editore dal titolo ‘Treno 8017’.

Stupisce inoltre come quel disastro venne reso pubblico in Italia soltanto alcuni giorni dopo, con una breve in cronaca del ‘Corriere della Sera’, ripresa da un’agenzia Reuters in cui si leggeva che “cinquecento italiani sono periti venerdì mattina per asfissia in una galleria ferroviaria dell’Italia meridionale. Altre 49 persone sono attualmente degenti all’ospedale. Per mancanza di treni viaggiatori, un gran numero di persone era salito su un merci diretto verso oriente, stipando i carri aperti che lo componevano”.

Il 9 marzo 1944, infine, nella seduta del CdM, il capo del Governo, Pietro Badoglio, relazionò riguardo al disastro, sottolineando come questo fosse “da attribuirsi alla pessima qualità di carbone fornito dagli Alleati” e spiegando: “La morte di un così elevato numero di vittime è da ritenersi dovuta ad asfissia e probabilmente all’azione dei gas tossici derivanti da incompleta combustione del carbone”.

Redazione online