Birmania: tempo di elezioni ma manca la democrazia

Le elezioni birmane sono alle porte e l’opposizione democratica si è già schierata per il boicottaggio. Appannata da un velo di silenzio, la Birmania continua però la sua marcia per farsi accettare, così com’è, dalla comunità internazionale. E in qualche modo, complice il silenzio, rischia di farcela. E di far passare dunque le elezioni come il tradizionale plebiscito di cui la giunta ha bisogno.

E’ in questo quadro che la Cisl ha lanciato un appello urgente al governo italiano e alla Unione Europea (si può firmare sul sito di birmaniademocratica.org): perché recepiscano le richieste del sindacato e di tutte le organizzazioni democratiche birmane che chiedono alla comunità internazionale di condizionare l’accettazione delle elezioni a tre precise azioni del governo della Birmania: l’immediata e incondizionata liberazione di Aung San Suu Kyi e degli altri detenuti politici, e la garanzia a tutti loro del diritto a partecipare ed essere candidati alle elezioni; la cessazione di tutti gli attacchi contro le comunità etniche e gli attivisti democratici; l’apertura immediata di un dialogo genuino ed inclusivo tra la giunta, le organizzazioni democratiche e le nazionalità etniche, che comprende la revisione della costituzione.

Com’ è noto si tratta di denunciare le nuove leggi elettorali, che impediscono alla Nobel Aung San Suu Kyi e agli oltre 2.100 detenuti politici di candidarsi, di votare e di essere votati alle prossime consultazioni ormai alle porte. Una pressione diplomatica potrebbe non portare a nulla ma certo allargherebbe l’isolamento della giunta e di conseguenza ne indebolirebbe il ruolo a livello internazionale in un momento in cui gode, comunque, di due importanti spalleggiatori: il governo indiano e quello cinese. Far sentire la proprio voce (di italiani ed europei) è dunque anche un modo per fare pressione su di loro. E di essere vicini ai birmani che vorrebbero cambiare la leadership del proprio paese.

Emanuele Giordana