Michael Jordan si ritirò come giocatore dall’NBA addirittura per ben 3 volte, la prima nel 1993, dopo aver vinto i primi 3 titoli consecutivi con i suoi Chicago Bulls, per intraprendere una carriera non proprio esaltante nel baseball, probabilmente per ricordo del padre poliziotto (assassinato nello stesso anno) che sempre lo incitò a giocare per questo sport, la seconda nel 1998 (ritiro che costò in pratica ai Bulls lo smantellamento quasi totale da parte dei giocatori più forti della squadra. A sinistra comunque lo si vede durante “The Shot“, il Tiro, che consacrò per la seconda ed ultima terza volta consecutiva i Bulls, e che ne divenne l’ultimo di Jordan con la squadra che lo fece diventare famoso) durante il famoso lockout, ossia la serrata dei proprietari delle franchigie contro i giocatori in seguito alla scadenza del contratto collettivo e che dimezzò così tanto la stagione NBA che questa iniziò soltanto nel Febbraio del 1999, e l’ultima nel 2003, dopo non aver giocato i primi 2 playoffs della sua carriera con i Washington Wizards ma dimostrando ancora una volta di essere competitivo fino al massimo, anche perchè gioco nel 2002 e l’anno seguente l’All Star Game (e nel secondo fece addirittura 20 punti!).

Bene, ma cosa successe tra il secondo ritiro ed il suo ritorno nell’NBA con i Wizards? Fece sempre parlare di sè, in un modo o nell’altro. Nel 1999 cercò di diventare co-proprietario degli Charlotte Hornets avviando negoziazioni con George Shinn (l’uomo che venne tra l’altro accusato di aver stuprato una donna due anni prima ma che alla fine vinse la causa), che poi rifiutò il tutto dato che Jordan voleva comprarsi la squadra solo esibendo il proprio nome (…). Ma il nostro non mollò. Sì, perchè successivamente, dopo averci provato con i Denver Nuggets ed i Golden State Warriors, toccò al turno proprio degli stessi Washington Wizards, dal 1964 proprietà di Abe Pollin, morto recentemente il 24 Novembre dell’anno scorso (ragion per cui, la squadra in questa stagione l’ha ricordato cucendosi il suo nome sulla maglia da gioco ed anche nella stessa arena dove essa gioca). Jordan divenne in pratica comproprietario dei Wizards esattamente il 19 Gennaio 2000 comprando (seppur sembra non con i soldi ma più semplicemente sempre attraverso il proprio nome) una quota della Lincoln Holdings, la compagnia del magnate di America On-Line Ted Leonsis, la quale a sua volte deteneva il 44% della franchigia della capitale. Ergo, Michael divenne il socio di minoranza permettendosi, grazie ad un accordo con Pollin, di coronare finalmente il suo sogno, cioè quello di diventare presidente operativo dei Wizards, occupandosi così da quel momento della squadra in sè stessa. E da qui nacquero i primi dubbi, come il fatto che il più grande giocatore che l’NBA abbia conosciuto fosse paradossalmente incapace di azzeccare talenti futuri (e da questo punto di vista è valido l’esempio di Joe Wolf, che secondo Jordan era addirittura più forte di Horace Grant – compagno di squadra dello stesso Alieno nei primi 3 titoli dei Bulls – in vista del draft del 1987…peccato che il “suo” giocatore non ha avuto una carriera NBA brillante, da assoluto comprimario insomma), la sua amicizia con l’agente David Falk che da sempre curò gli interessi dello stesso Jordan (il regolamento NBA vieta espressamente che un qualsiasi proprietario possa avere un agente e che quest’ultimo possa rappresentare i suoi giocatori, ossia in questo caso Juwan Howard, Rod Strickland e l’ormai non più giovane Jahidi White), i problemi economici e di mercato della squadra (a tal proposito, in quell’anno i Wizards erano persini sopra ben 18 milioni il cosiddetto salary cap, cioè il tetto massimo che ogni squadra può pagare ai propri giocatori in una stagione, ed in quella 1999/2000 era corrispondente a ben 34 milioni di dollaroni per franchigia), e come ultimo c’era il problema del rapporto tra Jordan e la Nike, di cui il nostro è da una decina d’anni presidente del ramo commerciale associato al suo nome (se per esempio lui non riuscisse ad acquisire un giocatore per la sua squadra, poteva ripagarsi tranquillamente acquistandolo per la Nike). E poi emerse la Verità: tutta l’operazione venne in pratica architettata persino dal commissario (dal 1984) dell’NBA, David Stern, che fin dal ritiro del giocatore lo incitò sempre a ritornare nella Lega in una veste nuova, come si espresse Dave Checketts, proprietario dei New York Knicks, per ovvie questioni di pubblicità (la Lega infatti era in un periodo di crisi, che venne cancellato soprattutto grazie allo spettacolo che dava Vince Carter, giudicato come uno dei tanti eredi dello stesso Michael Jordan), ergo tutto venne calcolato. Le prime impressioni comunque delle prime mosse di MJ come presidente operativo dei Wizards vennero considerate promettenti ed anche innovative. Prima di tutto, licenziò Garfield Heard, l’allenatore della squadra, che con lui stava avendo una stagione da 14 vittorie e 30 sconfitte, senza peraltro dargli la possibilità di difendersi e tra l’altro dopo la vittoria contro i Cleveland Cavaliers 103-98, sostituendolo con Darrell Walker, il quale portò in effetti la formazione ad un andamento migliore, come le 8 vittorie in 11 incontri dal 16 Marzo all’8 Aprile, ma la stagione fu comunque negativa dato che si finì con un rapporto vittorie-sconfitte di 29-53. Inoltre, Jordan, come nuove proprietario, si mise ad allenarsi persino con la squadra (situazione che poi avrebbe annunciato implicitamente  il proprio ritorno in campo) senza nessun preavviso, con il risultato di dare consigli e sputare a destra e a manca diversi rimproveri, cosa che sembra ver funzionato un pochetto nei confronti dello spirito competitivo della squadra. Ma dopo la stagione 2000/01, il nostro, dopo una stagione da 19 vittorie e 63 sconfitte, decise di aiutarla con le proprie mani e gambe, e così annunciò a tutti il proprio ritorno in campo (nella foto accanto, tenta di aggredire il canestro avversario trovandosi come difensore l’ala forte/centro P.J. Brown).

Un anno dopo il suo terzo e definitivo ritiro, esattamente nell’Ottobre 2004, Giorgio Armani, sponsorizzatore della squadra italiana di pallacanestro Olimpia Milano, chiese a Michael Jordan se volesse un’altra volta (o per favore no!) ritornare a giocare, e proprio con la sua squadra ma invano, dato che il nostro (tutti questi ritorni alla fine potevano sembrare come una vera e propria barzelletta!) rifiutò categoricamente tale invito.

D’altro canto, volle ritornare nell’NBA, ma non come giocatore (sia mai!). Durante il Giugno 2006 infatti, Jordan coronò l’ennesimo suo sogno: diventare non solo il dirigente (il cosiddetto, per dirla all’inglese, general manager)  di una squadra NBA ma diventarlo persino della franchigia dello stato in cui è cresciuto (attenzione, ho scritto “cresciuto”, non “nato”), ossia la Carolina del Nord, l’unico problema è che nei suoi anni da dirigente la sua squadra, ossia i Charlotte Bobcats, non ha mai giocato neppure una sola partita di playoff, e per fortuna lo sta facendo quest’anno!

Ma non è finita qui! Quasi 4 anni dopo, nella metà di Marzo 2010, Jordan è diventato l’attuale proprietario degli stessi Charlotte Bobcats, rilevando la franchigia da Robert Johnson (da cui il nomignolo della formazione, dato che il diminuitivo di Robert è Bob) e comprandola per la bellezza di 275 milioni di dollari. Il suo obiettivo? “Voglio costruire una squadra vincente”. Peccato che dopo tutti questi anni non sembra che abbia realizzato veramente qualcosa in tal senso…almeno pare più interessato alle franchigie perdenti e da questo punto di vista lo stimo.

Flavio Adducci

Fonti:

American Superbasket;

Giganti del Basket;

http://www.wikipedia.it;

http://www.basketball-reference.com;

http://www.repubblica.com;

http://www.joeiverson.com