Obama e l’ obiettivo “Global Zero”: l’ eliminazione di tutte le armi nucleari

Barack Obama, nella sua Nuclear Posture Review, e in una serie di dichiarazioni pubbliche, si è impegnato a perseguire l’obiettivo “Global Zero”: l’eliminazione a termine di tutte le armi nucleari esistenti al mondo. Le ragioni di ciò sono molteplici, ma Graham Allison, professore alla Kennedy School presso l’Università di Harvard, ex consigliere del Pentagono durante l’amministrazione Reagan ed ex-assistente segretario alla Difesa con l’amministrazione Clinton, le ha riassunte in questo modo:

1) Nord-Corea contro Comunità Internazionale: 10 a 0. Nel 2000 la Corea del Nord aveva plutonio per un paio di bombe nucleari, la possibilità di ricavare materiale fissile per altri 6 ordigni e un reattore nucleare “congelato”. Oggi ha condotto 2 esplosioni nucleari sperimentali (oltre a numerosi lanci missilistici), ha materiale per 10 ordigni, ne sta ricavando altro per un 11° e ne sta producendo di nuovo. Inoltre ha venduto tecnologia nucleare alla Siria.

2) Iran contro Comunità internazionale: 4002 a 0. Ancora nel 2006 l’Iran non arricchiva l’Uranio. Oggi circa 4000 centrifughe producono quasi 4 chili di Uranio a basso tasso d’arricchimento al giorno, accumulando ad oggi quasi 2 tonnellate di materiale fissile: sufficiente per costruire 2 bombe nucleari.

3) Pakistan: negli ultimi 10 anni ha triplicato il numero delle sue armi nucleari e del suo materiale fissile.

4) India e Pakistan: stanno per far entrare in funzione, o stanno costruendo, importanti stabilimenti nucleari per accrescere lo stoccaggio di materiale fissile, specie Plutonio, e poter così fabbricare centinaia di nuove testate nucleari.

5) Mega-terroristi: dopo l’11 settembre, vari gruppi terroristici hanno compiuto attentati mirando ad uccidere centinaia di persone. Alcuni gruppi hanno dimostrato il loro interesse ad acquisire capacità nucleari. Tra questi, al-Qaeda, i separatisti ceceni, Lashkar-e-Taiba.

È quindi necessario riprendere l’iniziativa per cercare di invertire le attuali linee di tendenza, che altrimenti sembrano accrescere la probabilità di un qualche attacco nucleare “limitato” da qualche parte nel mondo, e forse sul nostro stesso territorio. Questa è stata l’idea al centro del Vertice contro la proliferazione nucleare convocato nei giorni scorsi, a New York, da Obama. La questione è se quella del “Global Zero” sia l’opzione giusta.

A suo favore c’è in primo luogo l’impegno, preso formalmente dalle potenze nucleari che hanno ratificato il Trattato di Non Proliferazione, di “negoziare in buona fede per arrivare all’eliminazione di tutte le armi nucleari”. È evidente che l’incapacità o la mancata volontà delle potenze nucleari di rispettare tale impegno offre un fortissimo alibi a tutti coloro che vogliono sviluppare un armamento nucleare nazionale.

C’è anche una giustificazione realpolitica, valida in particolare per gli Usa. Oggi infatti, e per il prevedibile futuro, gli Stati Uniti sono sostanzialmente inattaccabili sul piano delle armi convenzionali e mantengono una superiorità schiacciante nei confronti di qualsiasi avversario che non abbia o non usi armi nucleari. Essi quindi possono proporre l’eliminazione progressiva e completa delle armi nucleari senza correre gravi rischi e anzi con la prospettiva di guadagnare in superiorità strategica.

Vi sono però anche fortissime obiezioni al “Global Zero”. La prima è che non è possibile disinventare le armi nucleari, e che quindi vi sarà sempre la possibilità di reintrodurle negli arsenali. Ciò significa in particolare (come ha osservato l’ex-ministro americano della Difesa, Harold Brown) che lo “Zero” è per sua natura altamente instabile. Esso porta a una situazione che è definita dagli analisti della “instabilità del prevalere dell’offesa”, per la quale il primo a muoversi guadagna un vantaggio decisivo. Ciò obbliga a loro volta gli avversari a preparare mosse preventive e può portare ad una dinamica inarrestabile di mobilitazione e di guerra (scenario simile a quello della I Guerra Mondiale).

Secondo alcuni, inoltre, il processo stesso di riduzione progressiva degli armamenti nucleari, una volta arrivato a numeri realmente bassi, potrebbe aprire falle e problemi nella dissuasione nucleare, accrescendo il rischio di un conflitto prima di raggiungere lo “Zero”. Inoltre, l’idea stessa del “Global Zero” rischia nel frattempo di compromettere il valore e la credibilità della dissuasione nucleare (in particolare di quella “estesa” a copertura degli alleati).

Un altro grave problema è la pratica impossibilità di disporre di sistemi pienamente efficaci di controllo e di verifica (e se decidessimo di nasconderne una o due?). D’altro canto, come assicurare la punizione e la neutralizzazione di coloro che fossero scoperti in violazione delle “Zero”? È difficile immaginare un sistema efficace che non equivalga ad una sorta di Governo multilaterale globale (forse anche dotato di armamento nucleare…).

La stessa schiacciante superiorità convenzionale americana è evidentemente una spinta alla ricerca di capacità perequative da parte dei potenziali avversari e concorrenti: l’arma nucleare è stata anche ribattezzata “il grande equalizzatore”.

Infine è sempre valida la constatazione che le motivazioni che spingono alcuni stati a dotarsi di armi nucleari, o quelle dei terroristi che vorrebbero disporne, hanno ben poco a che vedere con l’esistenza o meno degli arsenali nucleari dei cinque paesi firmatari del Tnp, ma discendono piuttosto dal timore della forza convenzionale americana, da considerazioni legate agli equilibri regionali, da volontà nazionalistiche di affermazione della propria potenza o infine dal desiderio di terrorizzare e piegare la volontà della comunità internazionale (il che, nel caso dei terroristi, come notava Thomas Schelling, potrebbe essere ottenuto anche solo con una minaccia credibile di uso di una bomba nucleare, senza effettivamente farla esplodere…).

La conclusione degli scettici è che vale per il “Global Zero” quello che è stato confermato sin dal 1139, dal tentativo del Papa Innocenzo II di bandire l’uso della balestra, e cioè che nessun trattato può efficacemente eliminare un sistema d’arma.

D’altro canto la situazione attuale sta chiaramente evolvendo verso una crescente instabilità della dissuasione e verso il rischio dell’uso di ordigni nucleari. Il Tnp, da solo, non sembra in grado di bloccare tale tendenza. Possono certamente aiutare a rafforzare il regime di non proliferazione alcuni trattati che ancora non sono entrati in vigore o sono tuttora in fase negoziale, come il Ctbt (Comprehensive Test Ban Treaty), del 1998, o il Fmct (Fissile Material Cut-Off Treaty). Tuttavia è probabile che una spinta decisiva verso una maggiore stabilità degli equilibri nucleari (e quindi verso una maggiore credibilità della dissuasione) debba passare prioritariamente dalla istituzione di efficaci sistemi di sicurezza regionale, che diano risposta alle esigenze primarie di sicurezza espresse dai paesi proliferatori, o che costruiscano efficaci sistemi di contenimento e dissuasione a protezione dei loro potenziali avversari regionali. Ciò però preannuncia più l’esigenza di un maggiore impegno di “dissuasione allargata” da parte delle cinque potenze nucleari firmatarie del Tnp, e in particolare degli Usa, che un loro rapido disarmo nucleare.

In ogni caso, come notava recentemente Sir Lawrence Freedman, il mutamento della situazione globale è talmente rapido e profondo da imporre la necessità di un ripensamento generale della dissuasione e della stessa teoria del disarmo nucleare: un processo che oggi è ancora solo abbozzato e sperimentale. Nel frattempo, è essenziale non compiere scelte che destabilizzino ancora più rapidamente la situazione.

Stefano Silvestri è presidente dello Iai e direttore di AffarInternazionali.