Ddl intercettazioni, le ossesioni di D’ Alema e l’ impunità dei crimini di Stato

Ossessioni. Quelle che a volte attanagliano molti dei dirigenti storici del Pd. L’ossessione della “governabilità”, a qualsiasi costo. L’ossessione di non ferire o meglio contraddire i cattolici, le imprese, la finanza. L’ ossessione del “libero mercato”. Cosa ci possiamo aspettare da un gruppo dirigente che è cresciuto con un unico obiettivo, quello di cancellare l’ anomalia del comunismo italiano, della tradizione del Pci? DAlema, Veltroni, Bersani. La stessa formazione che ha prodotto anche Mussi e Vendola, che però, almeno per loro, non si è trasformata da percorso culturale a ossessione. L ’unica differenza è la percezione un po’ più ampia della realtà e, soprattutto nel caso del governatore della Puglia, la consapevolezza che è necessario ricreare connessioni con la società.

Massimo D’ Alema è l’ incarnazione e simbolo di questo ossessionante gioco di auto accreditamento, di tessitura di compromessi, di fughe dalla realtà del Paese. La mediazione e la trattativa solo per il gusto della “manovra”. D’ Alema riesce perfino a stupire i dalemiani di più antica data con acrobazie e prese di posizioni che da decenni (ormai sono decenni) immobilizzano di fatto la sinistra italiana, un suo percorso autonomo dal berlusconismo imperante. La tattica fatta ideologia. Quali mostri ha creato la scuola quadri di Frattocchie.

Ma andiamo alla cronaca politica di oggi.

«Dò atto al Governo di avere compiuto una scelta ragionevole che conclude una tormentata vicenda, nel corso della quale si sono registrate anche incomprensioni». Questo ha dichiarato Massimo D’Alema oggi, in qualità di presidente del Copasir, in merito al ddl intercettazioni, giudicando «positiva la scelta del Governo di tenere fuori la materia dei Servizi, che per la sua delicatezza merita di essere affrontata in uno spirito bipartisan, dalle accese polemiche che stanno caratterizzando l’ esame di un provvedimento così discutibile come quello sulle intercettazioni». «All’origine – spiega D’Alema – vi è stata l’ approvazione, da parte della Camera, di un nuovo testo dell’articolo 28 della legge 124 in materia di intercettazioni telefoniche sulle comunicazioni di servizio degli appartenenti al Dis e alle Agenzie per la sicurezza. Su tale testo si era registrato un netto dissenso dei gruppi di opposizione e non fu possibile intervenire a causa del voto di fiducia. Al Copasir apparve grave, fin da allora, che si intervenisse con una disposizione che suscitava così gravi contrarietà e dissensi su una legge che fu quasi unanimemente condivisa all ’atto della sua approvazione. Anche per questo il Governo ha presentato al Senato un emendamento che, pur se indubbiamente limitativo della tutela offerta al personale dei Servizi, ha suscitato tuttavia perplessità, per cui, nella mia qualità di presidente del Copasir, sin da aprile avevo suggerito che la norma fosse stralciata dal provvedimento sulle intercettazioni». «D’altro canto – ricorda D’Alema – il Governo stesso ha insediato una Commissione sulla materia del segreto di Stato, che non ha ancora completato i lavori. Anche questo consiglia che l’ intera materia possa essere organicamente riesaminata successivamente in sede di valutazione sullo stato di attuazione della riforma e su eventuali condivise modifiche da apportare alla legge».

È chiaro? Per chi conosce il “dalemiano” stretto (una vera e propria e lingua a sé) è un chiaro messaggio da parte di Massimo a Gianfranco Fini che il Pd fornirà una spalla ai suoi su una mediazione, al ribasso ovviamente, sul Ddl intercettazioni in discussione in aula al Senato a partire da lunedì prossimo. E anche una strizzata d’occhio a chi nel Pdl, e in particolare a Gianni Letta, non intende proprio cedere sulla questione spinosa del segreto di Stato e sulla totale insindacabilità sull’ operato dei Servizi. Che in qualsiasi Paese “normale” sarebbe perfino accettabile, ma non in Italia con la sua lunghissima storia di deviazioni, rapporti inaccettabili con l’ eversione nera e addirittura, come sta emergendo dalle inchieste siciliane e fiorentine sulle stragi del ‘92/93 e sulla trattativa fra pezzi dello Stato e Cosa nostra, con la criminalità organizzata.

Come purtroppo spesso ci ha abituato fin dai tempi della bicamerale e poi nel periodo del conflitto in Kosovo, Massimo D’ Alema si dimostra più realista del Re. In nome, ovviamente, della governabilità. Temevamo che la sua stagione da presidente del Copasir si sarebbe dimostrata in perfetta continuità con quella di Francesco Rutelli, e questo sta avvenendo.

La governabilità è un valore, certo. Ma la governabilità non può essere ottenuta oscurando magistratura e stampa su quell’ insieme di nauseabondi intrecci che si sono consolidati, con un continuità stupefacente, in quasi tutta la nostra storia repubblicana. Questa presunta Seconda Repubblica è nata non solo dal crollo (anche questo molto presunto) della partitocrazia incarnata dal Caf (l’alleanza Craxi/Andreotti/Forlani). Questa Seconda Repubblica è nata nel sangue delle stragi del ’92, nell’intreccio di affari e politica, nel ruolo devastante degli apparati e dei Servizi nel garantire un innominabile patto. Non un patto di “stabilità”, ma un patto di impunità. Che oggi ci porta a dover subire questo pericolosissimo gioco di mediazione. Dove in ballo c’è il nostro diritto di sapere e il nostro dovere di informare.

Pietro Orsatti