Guatemala, Plan Sofia: un genocidio che reclama giustizia

Plan Sofia è il nome dell’operazione condotta tra il luglio e l’agosto del 1982 dall’esercito e dai paramilitari, in Guatemala, contro le popolazioni che abitavano nella provincia di Ixil (i municipi interessati furono Nebaj, Chajul e San Juan Cotzal).

Per riuscire ad avere le prove dell’ esistenza di questa operazione fu necessario la creazione di una commissione (Commissione per la Verità istituita nel 1995 dopo la fine della sanguinosa guerra civile in Guatemala) voluta dall’ Onu e presieduta da monsignor Juan Gerardi Conedera vescovo di Città del Guatemala.

Prima della creazione della Commissione le ricerche per stabilire cosa fosse accaduto durante la guerra civile fu demandato al lavoro dei pacifisti come Rigoberta Menchù che per aver fatto conoscere la tragedia del suo Paese al mondo intero fu insignita del Nobel per la Pace nel 1992.

La Commissione dopo tre anni di lavoro con la raccolta di decine di migliaia di interviste e documenti è riuscita a redigere un documento dal titolo “Guatemala Nunca mas” in cui si accertava che 85% degli omicidi avvenuti durante la guerra civile furono perpetrati dall’ esercito guatemalteco.

Il documento Guatemala Nunca mas fu presentato alle autorità ed alla stampa il 25 aprile 1998 attirando l’attenzione di tutto il mondo, ma dopo due giorni il vescovo Juan Gerardi Conedera fu ucciso con dei colpi di mattone in testa davanti alla sua parrocchia di San Sebastian.

Dopo questo omicidio le autorità guatemalteche non fecero altri passi avanti nelle indagini fino al 23 aprile del 2010 giorno in cui è stato trasmesso un fondamentale fascicolo militare classificato top-secret da parte del Governo alla magistratura incaricata di fare luce sul Plan Sofia.

Il Plan Sofia è stato ideato dall’allora ministro della Difesa, Josè Efrain Rios Montt oggi parlamentare 83enne, ed era una costola del più ampio piano denominato Plan Victory 82 il cui scopo era quello di distruggere l’ appoggio della popolazione ai guerriglieri del Unidad Revolucionaria Nacional Guatemalteca (URNG). Per minare l’appoggio delle popolazioni i militari bloccavano i rifornimenti dei viveri ed usavano ogni forma di violenza e terrore psicologico possibile.

Il fascicolo consegnato in forma anonima al presidente Colom, che ha accertato la veridicità del documento, è composto da 370 pagine contenente contenente mappe militari, telegrammi e rapporti redatti a mano dalle pattuglie.

Grazie a questo dossier i giudici che indagano sulla violazione dei diritti civili potrebbero avere un consistente aiuto per risalire ai mandanti e gli esecutori materiali di oltre 250 mila guatemaltechi, della distruzione di di oltre 400 villaggi maya e la sparizione di più di 45mila indio di origine maya.

Altri crimini commessi dai militari e paramilitari del Pac (pattuglie di autodifesa civile) furono innumerevoli violenze sessuali e torture commessi contro donne, bambini e anziani.

Adesso coloro che pianificarono e attuarono il genocidio di oltre 250mila guatemaltechi, durante gli anni della guerra civile iniziata nel 1960 e terminata dopo trentasei anni, potranno essere giudicati e le vittime avere giustizia.

Daniele F.