Nuova puntata del noto quiz show del giornalismo italiano, subdolamente appellabile come “chi picchia più forte vince“. Credevamo che il Giornale, di proprietà della famiglia Berlusconi e diretto da Vittorio Feltri, fosse l’indiscusso primatista della pratica di linciaggio pubblico ai danni di avversari politici o personaggi pubblici scomodi al noto imprenditore milanese (B. per gli amici). Dopo il caso Boffo che portò alle forzate dimissioni del direttore dell’Avvenire e i recenti attacchi al co-fondatore del pdl Gianfranco Fini, pensavamo tutti che il campione in carica non potesse perdere la leadership.

Marco Imarisio, dalla prima pagina del Corriere della Sera del 5 giugno, ha tentato di guadagnare posizioni nella classifica dei “picchiatori” di professione scegliendo come oggetto delle sue attenzioni non un nome qualunque ma l’acerrimo rivale del Cavaliere, Antonio Di Pietro. “I silenzi e le ambiguità dell’On. Di Pietro”. Così titolava l’articolo che sta facendo scalpore nei confronti dell’ex pm di Mani pulite.

Antonio Di Pietro non è un santo. I santi fanno un altro mestiere. Di Pietro ha pregi e difetti, come tutti, e perfino il sottoscritto non s’è risparmiato in altre occasioni nel criticare la realtà auto referenziale del partito da lui gestito. Un conto però è avanzare critiche su idee politiche, un altro è diffamare qualcuno. Una mente razionale, e minimamente informata dei fatti, si pone qualche domanda. Perché il Corriere della Sera, alla luce del fatto che le vicende citate dal giornalista Imarisio sono vecchie di anni e già smentite con documenti e testimoni, sente il bisogno di far apparire “scoop” qualcosa che puzza di stantio? Perchè denigrare un ex magistrato che ha lottato contro la criminalità accusandolo di avere una laurea “discutibilmente ottenuta”, di aver avuto rapporti con persone poi condannate per mafia o avanzando dubbi sulle sue proprietà immobiliari?

Esistono molte risposte, ed una la si può dare a bruciapelo. Il Consiglio di amministrazione del gruppo RCS, ossia gli azionisti che dettano la linea editoriale del quotidiano, come ricordato ieri anche da Beppe Grillo sul suo blog, sono tutt’altro che imprenditori per caso. Philip Elkann, Diego Della Valle, Jonella Ligresti (presente nei consigli di Mediobanca, Italmobiliare, Milano Assicurazioni, Fondiaria e Premafin finanziaria), Enrico Salza (presente nel consiglio di Intesa San Paolo), Bernardino Libonati e Renato Pagliaro. Personalità che difficilmente si possono accostare ad una realtà anti-berlusconiana. Eppure uno dei più noti spot del Corriere è proprio quello nel quale viene rimarcata la neutralità e obiettività della sua linea editoriale.

Un altro fatto fa sorgere qualche pensiero nefasto sulle reali necessità del corriere di esprimersi con contenuti di giornalismo da settimanale di gossip. La popolarità del Premier Berlusconi è ai minimi storici, surclassato da esponenti del suo stesso partito e in netta perdita di consensi, soprattutto in vista della manovra economica che mostra un’Italia molto più debole e povera di quanto l’ottimismo del Cavaliere abbia rassicurato gli italiani negli ultimi anni. Forse qualcuno aveva urgenza di rialzare le quotazioni del politico mediatico per eccellenza?

Ed è proprio qui che gli interrogativi e i dubbi su chi manovra i fili di questo quotidiano si fanno più accesi. Solo poche settimane fa un Ministro della Repubblica (Scajola n.d.r) si è dovuto dimettere schiacciato dalle prove di una presunta donazione di un’abitazione da parte di Anemone, burattinaio della nota “Cricca”. Il Corriere che fa? Parla degli appartamenti di un leader dell’opposizione. Mesi di indagini e dichiarazioni di pentiti di mafia che parlano di Berlusconi e di Dell’Utri in presunti contatti con mafiosi negli anni ‘90, alla luce anche del fatto che il Cavaliere ospitò per anni un noto assassino e mafioso come stalliere, Vittorio Mangano, e Imarisio di cosa scrive in prima pagina? Del fatto che Di Pietro andò a cena con dei carabinieri (notoriamente malfattori) alla quale partecipò anche un agente della Polizia di Stato, Bruno Contrada, successivamente condannato per Mafia.

Le illazioni e le accuse nel lungo pezzo confezionato dalle mani del picchiatore prescelto sono parecchie. Il leader dell’Idv, in maniera pacata ha voluto rispondere punto su punto intasando la posta elettronica (e pure quella cartacea) del Corriere con materiale informativo, documentando la sua estraneità alle accuse a lui mosse. Il Premier Berlusconi, fece passare interminabili mesi prima di rispondere, per mezzo di azioni legali, alle note 10 domande di Repubblica alla luce delle rivelazioni sulle sue frequentazioni con una minorenne prima, e alcune escort in seguito. Verrebbe da dire che, chi non ha nulla da nascondere, non teme il giudizio altrui su false accuse, si limita a dire la verità. Sempre

Diego Tomasoni – Dirittodicritica