SPORT / Ciclismo, il mondo delle due ruote rimane orfano di Laurent Fignon

SPORT – La sua voce roca e spenta aveva toccato l’animo degli appassionati dallo scranno del Processo alla tappa. Vedere Laurent Fignon, il campione di due Tour de France (1983, 1984) ed un Giro (1989), il popolare “professore” (questo il suo soprannome per via di quell’aria dottorale che gli conferivano gli occhialetti sottili dalle lenti rotonde) in quelle condizioni commentare una tappa dell’ultimo Giro d’Italia faceva veramente male. Ma, vederlo reagire con forza, sentirlo ancora protagonista nella bagarre dialettica del dopo corsa, era nel contempo un grandissimo messaggio di speranza. E in tanti avevano sperato che il miracolo di Armstrong si ripetesse. Invece il Professore ci ha lasciati. Ha combattuto fino in fondo e ha dovuto soccombere. Aveva 50 anni.

Si sapeva che era malato di cancro (negli ultimi tempi gli aveva preso proprio le corde vocali); si sapeva che quel tipo di male non dà scampo. Ma erano in tanti a sperare. La malattia del secolo lo aveva ghermito impietosamente e lo stava consumando a vista d’occhio. E la sua voce roca era là a dimostrare la presenza della Bestia. Lui era là a dimostrare che con la voglia di combattere si va avanti; esempio fortissimo. Capelli a zero, occhiaia incavate, la voce rotta dal male. Ma lo sguardo era vivo e pulsante. Fra una chemio e l’altra voleva vivere come sempre aveva fatto, partecipando da commentatore alle vicende di quel ciclismo che è stato tutta la sua vita. Grande dignità, grande senso della vita, grande intelligenza, in bici come giù di sella. E’ stato un atleta completo. A tutto tondo. E un uomo coraggioso.

Dopo aver messo nel carniere due Tour, un Giro, la Freccia Vallone (1986), la Milano-Sanremo (1988), e due
volte il Criterium International la corsa che lo rivelò fra i prof nel 1982, ha chiuso la carriera nel 1993. Ormai cominciava ad impazzare il doping più feroce, quello con l’epo che ha cambiato la storia, rivoluzionando i palmares di tanti sport (specie nel ciclismo), gli ormoni sintetici e i pasticci ematici di ogni tipo. Troppo per un corridore che era stato educato secondo tradizione. Era un corridore all’antica. Uno degli ultimi non specialisti: buono per le grandi classiche e per i grandi giri. Avrebbe potuto vincere molto di più con un pizzico di fortuna. Per esempio, avrebbe potuto fare l’accoppiata Giro e Tour nel 1984, se Francesco Moser grazie alle ruote lenticolari (e al supporto di un certo professor Conconi, tristemente noto) non gli avesse soffiato la maglia rosa nell’ultima crono da Soave a Verona. E avrebbe vinto anche un altro Tour nell’89 se lo statunitense Lemond non gli avesse portato via il successo per soli 8″ proprio nell’ultima frazione contro il tempo, grazie all’allora “rivoluzionario” manubrio a corna di bue. Il distacco più breve fra primo e secondo nella storia della “grande boucle”. Un po’ come se la moderna tecnologia – a quei tempi più un paravento per nascondere le dilaganti pratiche doping che un aiuto veramente efficace – lo avesse sorpreso e ordito un grande complotto contro di lui.

Nell’aprile del 2009, più o meno venti anni dopo la sua vittoria al Giro, la prima diagnosi: un tumore alle vie digestive: “E’ un cancro avanzato, non so quanto mi resta da vivere, ma sono ottimista. Voglio lottare fino in fondo. Voglio vincere”, aveva detto con grande coraggio davanti alle telecamere. Una notizia che era giunta come un fulmine nel mondo delle ruote a pedali. E che aveva obbligato a riflettere. La domanda per lui, invereconda ma pressante, era sempre la stessa. C’entra in qualche modo la farmacia proibita con il male? Lui, il “professore” dagli occhialini dorati non si è mai sottratto alla risposta. Nel suo libro autobiografico “Eravamo giovani e incoscienti” (un titolo che spiega da solo…) dice che lui non lo sa, ma non nega: “Non dirò che non abbia influito. Non ne so nulla. È impossibile dire sì o no. Secondo i medici, sembra di no. All’epoca mia tutti facevano la stessa cosa, come oggi tutti fanno la stessa cosa. Se tutti i ciclisti che si sono dopati dovessero avere il cancro, ce l’avremmo tutti”. Forse aveva ragione lui: tecnicamente impossibile stabilire un nesso di causa-effetto. Anche se è difficile pensare che certe praticacce non lascino traccia.

Repubblica.it