NEONATO SOTTRATTO ALLA MADRE / Trento, quando lo Stato ‘ruba’ i bambini nel silenzio dei cattolici

NEONATO SOTTRATTO ALLA MADRE – Di solito i fatti di cronaca non mi interessano granché, anche perché in questo paese c’è questa cultura del “ peep show” per cui un fatto di cronaca locale (un omicidio o quel che vi pare a voi…) diventa subito “il” fatto, quello per cui ci sorbiamo speciali di “Porta a Porta”, “Matrix” e tutta questa robaccia dove, dopo aver detto quanto è pericoloso sto paese – tanto per far capire all’italiano medio l’importanza della repressione di Stato – si passa a raccontare quanto è importante la liposuzione ad una certa età. Naturalmente tutto questo viene fatto allo scopo di distogliere l’attenzione dai fatti importanti (non è certo una novità…), e mentre i cittadini creano teorie tutte loro su Cogne, Garlasco etc per le quali neanche Colombo o Perry Mason saprebbero fare tanto ci dimentichiamo delle e dei tante/i a cui quotidianamente vengono sottratti i diritti fondamentali.

Capitano però anche quei fatti di cronaca che in qualche modo ti fanno pensare, esulandoli dal contesto specifico diventano in qualche modo indicatori di un fenomeno più generale e che, dunque, se osservato da quest’altro punto di osservazione assume un’importanza decisamente diversa.

L’ultimo di questi casi è quello – sicuramente ne avrete letto o sentito al tg – della ragazza alla quale è stata sottratta la figlia appena partorita perché giudicata incapace di svolgere il suo ruolo di educatrice. È una storia accaduta nello scorso luglio, per la quale non avevo trovato modo e tempi per scriverne. Ne approfitto dunque oggi visto che la storia è stata riportata in auge da alcuni media.

Possiamo leggere questa vicenda in due modi: da un lato come dramma “individuale” di una giovane donna alla quale viene sottratto il figlio appena nato, dall’altro come fatto “collettivo”, “sociale”, di una madre per la quale viene decisa da una forza terza (i servizi sociali) «l’incapacità nello svolgere il ruolo genitoriale», incapacità dettata principalmente da uno stipendio – 500 euro – che in Italia è basso anche per una persona sola, figuriamoci per una madre con figlio appena nato!

Naturalmente tra i due l’aspetto che mi interessa analizzare è il secondo, cioè lo “scontro” tra una persona che non chiede altro che esercitare un proprio sacrosanto diritto (quello di essere madre oltre l’aspetto puramente fisico) e l’integerrima burocrazia che attanaglia i gangli di questo paese.

Il privato è politico, si urlava dalle strade durante le contestazioni negli anni ’70. E quale esempio migliore di questo per ribadirlo ancora oggi, dopo trent’anni?

Non voglio entrare nel merito – credo peraltro di non esserne poi così capace – di come ci si possa sentire dopo aver portato un bambino dentro di sé e poi vederselo togliere perché qualcun’[email protected] ha deciso così. E non entro nemmeno nel merito di una definizione di “emotiva immaturità” della giovane madre.

La prima domanda che mi è venuta in mente è il solito “Perché?”. Se questa ragazza sia in grado di fare la madre dal punto di vista dell’affetto che potrà dedicare alla figlia in qualche modo sono problemi che interessano il giusto, a meno di non voler aprire un dibattito sul tema che dovrebbe colpire un’ampia percentuale di genitori grande più o meno quanto tutti quelli che hanno delegato alla televisione l’educazione dei figli, magari chiedendosi se è più capace una madre che lotta per avere questa possibilità o una la quale crede che l’educazione sia direttamente proporzionale al numero di regalini fatti per giustificare la propria assenza. Ma questa, come dice il buon Lucarelli, è un’altra storia…

Un’altra domanda che mi frulla nella testa è che fine hanno fatto le ed i cattolici. No, non quell* che si limitano ad andare la domenica mattina in chiesa a battersi il petto tanto per fare “scena”. Parlo proprio di quella parte filo-terroristica tipo pro-life e consimili! Quelli e quelle che alla Regione Lazio hanno fatto una proposta per trasformare i consultori in luoghi di culto pro-life (qui per saperne di più) e che adesso, invece che “beatificare” una ragazza che ha deciso di non abortire, se ne stanno zitti.

A questo punto il dubbio che mi viene nei loro confronti è che siano un po’ come i politici in campagna elettorale: tutto fumo e niente arrosto, nel senso che finché c’è da sbraitare contro “l’omicidio” che una donna commetterebbe con l’aborto sono sempre in prima linea, quando però c’è da aiutare una madre che ha deciso – nonostante le difficoltà – di tenerselo quel bambino squagliano come neve al sole…Fondassero un partito riuscirebbero a scalzare anche Berlusconi dal trono (anche se poi l’unica differenza che l’Italia avrebbe con l’Iran sarebbe solo che Ahmadinejad ha la barba…)!

La questione poi ci pone anche di fronte ad un altro problema endemico della nostra penisola, ovvero la società geriatrica nella quale ci muoviamo. Qualche tempo fa c’è stata la corsa mediatica a chi pubblicava più studi sul fatto che nel nostro paese il ricambio generazionale è pura utopia, non tanto e non solo per questioni politiche (sulle quali arrivo a breve), quanto per una semplice questione numerica: le coppie italiane non fanno più figli, e dobbiamo ringraziare – e non denigrare o peggio – quelle e quegli straniere/i che decidono, bontà loro, di creare un sistema familiare da noi, altrimenti la situazione sarebbe ancor peggiore!

E qui entriamo nel campo prettamente politico…

Perché è un discorso politico chiedere che uno Stato – per chi ci crede – debba adoperarsi per garantire ad una giovane madre tutte le misure necessarie affinché non solo possa crescere la propria figlia nel migliore dei modi, ma anche che ciò non le imponga una sorta di “esclusione” sociale dettata dal fatto che dovendo occuparsi del nascituro non ha il tempo né per lavorare né per cercarsi un lavoro dignitoso (senza parlare della notoria politica con cui le giovani madri e le donne in genere vengono viste sul luogo di lavoro o in fase di colloqui…).

La vicenda si è conclusa – almeno per ora – nel solito modo all’italiana, cioè adottando la prima soluzione che viene in mente. Succede sempre così: piuttosto che impegnarsi per una soluzione che apporti migliorie al contesto si usa la repressione contro i manifestanti che chiedono un lavoro (o la tutela di quello che hanno) o contro gli aquilani stanchi delle promesse da salotto televisivo del governo. Questo caso non è molto dissimile: al posto dei manganelli si è deciso di usare l’ignoranza della legge, applicata in maniera ottusa e senza tener conto della situazione.

Invece che derubare, perché è di questo che si tratta in ultima analisi, una madre della propria figlia perché non le si creano intorno delle strutture – materiali ed immateriali – che le facilitino il compito? Penso agli asili, penso ad una serie di operazioni, anche di tipo economico, che permettano a questa ragazza ed a sua figlia di poter vivere e non più campare. Per esempio so che quei famosi pro-life di cui in precedenza hanno proposto un assegno (di cui non ricordo l’importo) per le donne che decidono di non abortire. Perché non destinarlo anche a questa ragazza? Gli esempi sono tanti e, credo, infiniti. Ma di questo non deve occuparsene solo un ragazzo di 24 anni che cerca delle soluzioni diverse al marcio che lo circonda. Devono occuparsene tutti, dal resto della cittadinanza che deve ricominciare ad urlare pretendendo i propri diritti (come canta il gruppo della GenteStranaPosse: “ti pare normale ca i ddiritti s’anna dumannari?”) e, naturalmente, deve occuparsene quella classe politica alla quale per troppo tempo abbiamo concesso il lusso di fare “caso a parte”, di occuparsi solo di quello che li toccava e li tocca direttamente.

Non è più il tempo di “ddumannari” diritti, considerati alla stregua di regalie fatte dall’alto. È tempo di pretenderli.

Andrea Intonti