Repubblica: Vertice di Cancun, la marcia dei popoli indigeni contro il caos del clima

VERTICE DI CANCUN – Ci sono gli yanomami e gli altri popoli dell´Amazzonia, che lottano contro l´assalto dei minatori e della siccità. Gli indios delle Ande e dell´Himalya, che vedono assottigliarsi i ghiacciai da cui dipendono il loro cibo e le loro divinità. I masai, che non trovano più pascolo per loro greggi ed erbe per la loro medicina tradizionale. Tutti assieme si sono messi in marcia per portare al tavolo dei Grandi la voce di chi nella battaglia contro il caos climatico si gioca tutto: la sua vita e quella della sua comunità, il pranzo di oggi e quello dei nipoti.

La marcia dei popoli delle foreste e delle montagne ha proiettato sulla conferenza Onu di Cancun, asserragliata in un hotel a 40 chilometri dalla città e protetta da agguerriti posti di blocco, l´immagine del futuro del pianeta se non si riuscirà a sbloccare lo stallo che rallenta la riconversione dai combustibili fossili all´efficienza energetica e alle fonti rinnovabili.

[…]L´ewilin, il wanting e l´arrayan, tre erbe con cui da sempre si curavano i problemi intestinali e respiratori stanno diventando sempre più rare. Assieme alla medicina tradizionale collassa un intero sistema di valori e di equilibri sociali. «Da quando sono nato vedo sulla mia testa il monte Chimborazo, che arriva a 6300 metri, e il Tungurahua: noi li chiamiamo il padre e la madre e da sempre hanno nutrito gli uomini che sono i loro figli», aggiunge Delfin Tenesaca, il portavoce dei kichwan, un altro dei popoli dell´Ecuador. «Ora i figli hanno sbagliato e loro ci ripagano con le alluvioni e la devastazione del nostro territorio».

Anche dove la foresta è bassa e confina con il bush, i problemi crescono. «Siccità come quelle degli ultimi anni non si erano mai conosciute. E quando la pioggia arriva spazza via tutto», spiega Kimarem de Riamit, il rappresentante dei masai. «Il nostro popolo non taglia gli alberi perché gli alberi hanno un´anima: si può prendere un pezzo di radice o un ramo, ma senza uccidere la pianta. Adesso invece intere regioni sono state deforestate e le nostre sicurezze sono scomparse».

Sommando queste storie si ottiene il conto totale: ogni anno 13 milioni di ettari di foreste, una superficie grande come la Grecia, vengono inghiottiti dalle ruspe e dagli incendi. Con loro scompaiono dalla terra decine di migliaia di specie e interi popoli, mentre i roghi spediscono in cielo un sesto del totale delle emissioni di anidride carbonica, l´imputato numero uno per la crescita degli uragani, la moltiplicazione delle alluvioni, la pressione crescente dei deserti.

Per ottenere un certificato di assicurazione che copra questa parte del rischio climatico gli Stati hanno già firmato cambiali per 5 miliardi di euro, e sono pronti a staccare nuovi assegni. E a Cancun, per la prima volta, sembra possibile raggiungere un´intesa per bloccare le ruspe che lavorano ai fianchi la foresta tropicale e gli incendi volontari che la sventrano per far posto agli hamburger e ai campi di soia transegenica. È un modello non solo possibile, ma conveniente: il Brasile di Lula lo ha dimostrato. In 15 anni la quota di foresta rubata ogni anno all´Amazzonia è diminuita di quattro volte e continua a scendere. Con questi numeri il Brasile può rientrare in pista come paese virtuoso sul fronte del negoziato climatico.

Così come la Cina, che dopo 15 anni di rifiuti rigidi, ha aperto all´ipotesi di tagli di gas serra obbligatori per tutti gli Stati: una misura da mettere a punto rapidamente perché diventi esecutiva a partire dal 2020. È un cambio di rotta netto determinato dalla preoccupazione per gli effetti del caos climatico (il deserto assedia Pechino e una parte importante della sua agricoltura dipende dai ghiacciai minacciati dal riscaldamento climatico) e da concrete ragioni di business: approfittando dell´incertezza americana, Pechino ha conquistato la leadership mondiale nel campo dell´energia rinnovabile.

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