Repubblica: Rivolta in Egitto: popolo unito contro il raìs Mubarak, a settembre il potere nelle mani del figlio

RIVOLTA IN EGITTO – Hanno usato cannoni ad acqua e qualche gas lacrimogeno. Ma c´è stata soprattutto una fitta sassaiola. Uniti contro Mubarak, il raìs coperto di invettive, i giovani, skinheads e barbuti, i primi più vicini ai vecchi contestatori occidentali, i secondi religiosi, hanno cominciato a gettare pietre, raccolte nei vicini cantieri o strappate al selciato. I poliziotti hanno risposto rilanciando i proiettili dai quali si erano difesi con gli scudi.

Rimane soprattutto di questa giornata di protesta l´immagine della rabbia condivisa. Da ieri sera il vecchio raìs, al potere da trent´anni, non traballa, ci vuole altro per scuoterlo dal potere fino a che l´esercito è alle sue spalle, ma egli ha potuto constatare quanto gli avvenimenti tunisini abbiano acceso gli animi nel mondo arabo. Ed anche nel suo paese, il più storicamente prestigioso e strategicamente importante. E questo non deve lasciarlo tranquillo. In settembre scade il suo mandato, e non è escluso che in una situazione di emergenza, le forze influenti nel processo di successione, dai militari al business, preferiscano mandare in pensione il presidente di 82 anni, e non prendano in considerazione il figlio Gamal, considerato il delfino.

Il ritiro di Mubarak, uomo chiave negli equilibri mediorientali, perché stretto alleato degli Stati Uniti e buon vicino di Israele, sarebbe un avvenimento di grande rilievo. In particolare se dal sistema autoritario si passasse a un certo tipo di democrazia, in cui sarebbe inevitabile dare legittimo spazio ai movimenti religiosi. Mohammed El Baradei, il premio Nobel per la Pace egiziano, che ha aderito al movimento di protesta senza parteciparvi personalmente, vuole evitare la demonizzazione dei Fratelli Musulmani e rifiuta di accettare il dilemma secondo il quale bisogna scegliere tra la sottile, soffocante dittatura di Mubarak o il caos dei religiosi. Per El Baradei i Fratelli Musulmani non si dedicano più da mezzo secolo ad atti di violenza e stanno al gioco democratico. Ieri, nella protesta, religiosi e democratici erano comunque fianco a fianco. La confraternita dei Fratelli Musulmani aveva tuttavia deciso di non partecipare ufficialmente ai cortei. I militanti sono scesi in piazza a titolo individuale. Erano invece ben in vista i nomi del partito Wafd, opposizione legale, e quelli di movimenti non istituzionali.

Era dal ‘77, quando l´allora presidente Sadat dovette annullare il rincaro del pane sotto la pressione della piazza, che non s´erano viste al Cairo manifestazioni di questa forza: non tanto per il numero dei partecipanti (forse trentamila) ma per la loro decisione. Ed anche per la misurata reazione della polizia, che aveva evidentemente l´ordine di evitare vittime (anche se, a fine giornata, si conteranno tre morti: due manifestanti e un agente). Il regime teme lo spargimento di sangue che attizzerebbe la collera. Questa probabile consegna, impartita dal ministero degli Interni, o dallo stesso presidente, è stata interpretata da alcuni manifestanti come un inizio di fraternizzazione con gli avversari in divisa. Era con tutta probabilità un´illusione. In tal caso la “giornata della collera” sarebbe diventata la giornata della rivoluzione. Ma non è stato così.

La protesta di ieri, motivata dal rincaro dei prezzi oltre che dalla richiesta di democrazia, si è estesa in tutto il paese. Il Cairo è stato l´epicentro, con gli scontri in piazza Tahrir, attorno alla Corte Suprema, al Parlamento, su uno dei principali ponti sul Nilo (conquistato dai manifestanti), e in numerosi quartieri popolari dove il cronista non ha potuto mettere piede. Ma la collera si è estesa al resto del paese: ad Alessandria (nel Nord), ad Assuan e Assiut (nel Sud), in tanti centri del delta del Nilo, a Ismaylia sul Canale di Suez, e persino nel Nord del Sinai.

La mobilitazione popolare non è stata travolgente, ha raccolto in alcune città alcune centinaia di persone, non di più, ma ha abbracciato l´intero paese, grazie agli internauti. I quali hanno diffuso in diretta le immagini delle manifestazioni, facendo partecipare la gente a quel che accadeva nelle piazze. Più di novantamila persone avevano sottoscritto, su Facebook, il documento in cui si diceva che «la Tunisia è una soluzione» e che «Mubarak se ne deve andare». Per limitare l´uso dello spazio informatico, le autorità avevano reso inaccessibile il servizio di micro-blogging.

Mubarak lascia indifferenti. Non suscita simpatia. La sua faccia ringiovanita dai chirurghi e i capelli tinti gli danno un aspetto che ha molto poco di naturale. Sembra cristallizzato. Gli affari della famiglia non contribuiscono alla popolarità. Ora che il potere non è più avvolto da un certo mistero, perché internet rende più trasparenti le società politiche, Mubarak non ha il carisma attribuito quasi di diritto al raìs. Ma il Cairo è uno dei grandi centri della vita internazionale, senz´altro determinante in Medio Oriente, e i suoi equilibrismi, i suoi immobilismi, risultano preziosi. Il suo ruolo di diga all´estremismo religioso è giudicato essenziale. Ieri Mubarak è stato scalfito. Il suo potere è stato ferito. Non di più.

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