Una manifestazione in Tunisia

PRIMAVERA ARABA 18 DICEMBRE 2010-18 DICEMBRE 2011 – Esattamente un anno fa, sabato 18 dicembre 2010, un cittadino tunisino, Mohamed Bouazizi , si suicidò dandosi fuoco in seguito a dei soprusi subito dalla polizia. Bouazizi è universalmente diventato l’emblema e il simbolo di quella che poi è stata chiamata la “Rivolta del Gelsomino” e, che ha dato l’avvio ad un effetto domino che ha coinvolto un nutrito gruppo di paesi del medio oriente (e oltre, come nel caso dell’Iran) e soprattutto dell’Africa del nord che è ancora ben lungi ancora dall’arrestarsi. Ad oggi i paesi maggiormente coinvolti nelle sommosse sono stati: Tunisia, Libia, Egitto, Siria, Algeria, Bahrein, Yemen, Giordania, Mauritania, Arabia Saudita, Sudan, Somalia, Iran, Marocco e Kuwait.

Le motivazioni che hanno dato l’avvio alle protesta sono da ricercarsi nelle precarie condizioni di vita della maggioranza delle popolazioni di questi paesi, nelle scarse prospettive di un futuro migliore, nella mancanza di libertà individuale, nell’elevato costo della vita, nella disoccupazione e nella corruzione sempre più dilagante.

 Caratteristica precipua dei protagonisti della Primavera Araba è stata quella di utilizzare il meno possibile la violenza (tranne eccezioni, come nel caso della Libia, dove si è scatenata una guerra civile) di avvalersi di strumenti tecnologici ormai in voga nel nostro millennio, come i social network Twitter e Facebook, che sono stati un eccellente volano che hanno permesso ai giovani africani e arabi di aggregarsi tra di loro, organizzare rivolte e, cosa egualmente importante, far conoscere al mondo intero ciò che stava avvenendo. Naturalmente a farla da padrone non è stata la rivolta “virtuale”, ma sono state le tecniche di resistenza civile attuate sul territorio, che hanno portato a dei risultati clamorosi: quindi scioperi, cortei, manifestazioni, disubbidienze e suicidi, sono stati la miccia che hanno provocato questa sommossa partita dal basso che ormai ha raggiunto delle dimensioni incredibili.  

La Primavera Araba finora ha ottenuto dei risultati importanti, dato che ha permesso a milioni di persone di affrancarsi da regimi totalitari e dittatori più o meno violenti che guidavano quei paesi in alcuni casi da decenni. Fino ad ora sono stati tre i capi di stato (informalmente e poi ufficialmente) destituiti in seguito a dimissioni o fuga. Il primo è stato proprio il premier tunisino Zine El-Abidine Ben Ali dopo 12 anni di potere semi-assolutista, poi a seguire a “congedarsi forzatamente” è toccato all’egiziano Hosni Mubarak dopo trenta anni sulla tolda di comando e per ultimo i rivoltosi hanno rovesciato (dopo una cruenta guerra civile) la dittatura quarantennale del dittatore libico Muammar Gheddafi, che poche settimane or sono, dopo una fuga durata alcuni mesi, è stato catturato e giustiziato dai ribelli che ormai avevano “liberato” dalle mani dei fedelissimi del “Colonnello” la maggior parte del Paese. E’ importante ricordare inoltre che anche in Giordania, sempre grazie alle spinte dal basso, il Re Abdullah ha dovuto impegnarsi a preparare un piano sostanziale di riforme politiche tese alla giustizia e alla equità sociale.

La spinta politica di questo nuovo anelito di libertà che sta soffiando da un anno in questa zona del mondo, nonostante i già clamorosi risultati ottenuti che abbiamo appena descritto, non si è ancora arrestata e non sappiamo ancora quali effetti definitivi produrrà.

Se guardiamo infatti a quello che sta succedendo proprio in questi giorni, dobbiamo certificare che la situazione in Siria si sta facendo sempre più pesante e il Paese ormai è sull’orlo di una vera e propria guerra civile (molti sostengono che già è in atto). Le proteste della popolazione civile sono iniziate nove mesi fa e non accennano a placarsi, come non accenna a diminuire o allentarsi la repressione attuata dal regime al potere, con a capo il presidente Bashar al-Assad. Finora sono state almeno 5mila le vittime di questi violenti scontri tra il governo e i ribelli e la situazione appare degenerare giorno dopo giorno. Alcuni paesi, come la Russia, hanno invocato l’intervento dell’Onu per evitare un eccidio. Per noi osservatori c’è solo da aspettare e vedere cosa succederà in Siria e vedere se la “Primavera Araba” nei prossimi mesi o settimane attecchirà in altri paesi.

 

Redazione On Line