Roberto Infascelli: la sua vita tra cinema, teatro, serie televisive e…calcio. L’intervista

 

Roberto Infascelli

ROBERTO INFASCELLI INTERVISTA – In una famiglia dove il cinema è il pane quotidiano, non poteva  mancare un personaggio come Roberto Infascelli. Romano, diplomato  al Centro Sperimentale di Cinematografia della capitale, figlio del produttore Paolo Infascelli e della scenografa Paola Comencini; nipote del regista del grande Luigi Comencini, ha debuttato presto nel mondo dello spettacolo con il ruolo di Jean-Jacques Renard nel film “I divertimenti della vita privata” diretto dalla zia Cristina Comencini. Dopo questo esilarante inizio, Roberto ha proseguito nel mondo del cinema, nel teatro e nel mondo delle serie televisive. Tifosissimo della Roma, noi di Direttanews abbiamo deciso di sentirlo, per farci raccontare tutto di lui…

 

Arrivi da una famiglia piena di talenti a partire da tuo nonno, il grande Luigi Comencini.  Cosa vuol dire per  te essere cresciuto in una famiglia che per il cinema italiano ha dato davvero tanto? C’è un aneddoto in particolare tra te e tuo nonno che puoi regalare e raccontare ai nostri lettori?

Beh, avere una famiglia del genere è allo stesso tempo un onore e un peso, oltre che una grande responsabilità, se, come nel mio caso, si decide di proseguire la tradizione cinematografica di famiglia. Non ti nego che nel mio ambiente è spesso una zavorra, e non un vantaggio, essere sia un Comencini che un Infascelli. Hai gli occhi di tutti addosso, sei spesso considerato raccomandato e non puoi sbagliare mai niente. Per quanto riguarda mio nonno, non me ne vogliano gli altri esponenti della famiglia che hanno seguito le sue orme, era unico, un genio. Io sono uno degli ultimi cugini (siamo davvero tanti) che ha avuto la fortuna di conoscerlo veramente, e questa è stata una grande forza della mia vita, una risorsa importante. Lui mi ha insegnato il rispetto per tutti e il dovere che ognuno di noi ha nei confronti del prossimo in termini morali e sociologici. Inoltre sentirgli ripetere sempre: “ Io sono un artigiano, non un artista” è ciò che mi ha permesso di capire e abbracciare idealmente un valore fondamentale della vita: l’umiltà. L’aneddoto più carino che mi viene è questo: da bambino mi dilettavo a scrivere sceneggiature, e un giorno feci leggere fieramente a mio nonno il frutto del mio lavoro, un testo di ben due pagine. Lui, come era solito fare, prese la cosa molto sul serio e mi fece una feroce quanto affettuosa critica per farmi capire che due pagine erano un po’ pochine per essere definite una sceneggiatura..

 

Parlaci del tuo esordio nel film “I divertimenti della vita privata”, girato a soli nove anni. Che ricordi hai?

“I divertimenti della vita privata” è il film che ha dato inizio a tutto, al sogno. Aver recitato in un ruolo enorme da bambino al fianco di Giancarlo Giannini, Delphine Forest e Vittorio Gasman ha cambiato il mio modo di vedere la vita, mi ha fatto “azzannare” un mestiere per sempre. E soprattutto, dato che da bambino più che “recitare” in realtà ti diverti, giochi, mi ha permesso di mantenere una certa leggerezza nell’affrontare anche i personaggi più complessi e difficili.

 

Hai fatto parte del cast del film “Romanzo Criminale” e della fiction “Romanzo Criminale – La serie”. Cosa ti hanno lasciato queste due esperienze? Lavorare su fatti realmente accaduti (tutti conosciamo le vicende della “Banda della Magliana”, che imperversò a Roma e non solo per diversi anni) è molto diverso che lavorare su progetti immaginari? C’è un coinvolgimento maggiore?

Sono state due esperienze diverse, ma altrettanto coinvolgenti. Quando Michele Placido mi ha scelto per il film, stavo studiando al Centro Sperimentale di Cinematografia, e ritrovarmi da un giorno all’altro nel camper trucco insieme a Kim Rossi Stuart, Pierfrancesco Favino, Stefano Accorsi, Claudio Santamaria e via discorrendo è stata una delle emozioni più forti, lavorativamente parlando, della mia vita. Mentre la serie è arrivata in un momento più delicato della mia carriera, ero reduce dallo scarso successo della fiction “Io e Mamma” (progetto che ho molto amato e per cui ringrazio il regista Andrea Barzini) e mi sentivo un po’ sfiduciato, svuotato. Inoltre, durante la lavorazione della prima stagione è venuto a mancare mio padre, il che mi ha fatto vivere gli ultimi mesi di riprese in modo malinconico e abbastanza disincantato. Mentre la seconda serie di Romanzo l’ho vissuta alla grande, grazie a una squadra di attori molto affiatata e a un regista, Stefano Sollima, che a oggi ritengo uno dei migliori in Italia in quanto a dialogo e rapporto con il cast artistico. Per quanto riguarda la differenza tra progetti immaginari oppure quelli tratti dalla realtà, c’è una sostanziale differenza di approccio. Su un lavoro di finzione totale ti muovi in ambiti che conosci e, grazie al regista, capisci come affrontare il personaggio senza nessun vincolo temporale o di stile legato ai tempi. Su un progetto come Romanzo Criminale, ogni dettaglio legato all’epoca che si sta raccontando, diventa fondamentale, il modo di muoversi, di gesticolare, di camminare e via dicendo. Sapendo che racconterai storie sanguinose ma molto presenti nella memoria di ogni italiano, non devi assolutamente tradire le loro aspettative. Sai quanti stop “urlati” ci siamo presi perché magari in certi momenti ci salutavamo istintivamente “alla romana”, come si usa oggi? Lasciamo perdere va.. Però devo dire che la perfezione maniacale di ogni persona che ha lavorato sulla serie in quanto a riprodurre una realtà storica, è stata fondamentale per restare ancorati a quei tempi. Io non ho un coinvolgimento maggiore a seconda di cosa si racconta, ma a seconda di quanto credo nel progetto. Sono state fatte tante fiction sia prima che dopo Romanzo ambientate negli anni 70, ma nessuna può essere paragonata alla nostra in quanto a processo produttivo, maniacalità nel riprodurre la realtà e anche soldi spesi.

 

Hai avuto il merito e la fortuna di lavorare con attori del calibro di Giovanna Mezzogiorno, Kim Rossi Stewart, Michele Placido, Stefano Accorsi, Stefania Sandrelli Angela Finocchiaro, Luigi Lo Cascio e tanti altri. Chi tra questi (o altri se ce ne sono) hai stabilito un feeeling professionale? C’è qualcuno dal quale hai imparato?

Che dire, credo di aver imparato qualcosa da ogni attore con il quale ho avuto il piacere di lavorare. Se magari non per forza a livello recitativo, sicuramente nel modo di comportarsi sul set, di relazionarsi con la troupe. Fammi spendere due parole per le persone che lavorano dietro la macchina da presa, che sono i veri artefici del film stesso, lavorando 15 e più ore al giorno e permettendo poi a noi attori di raccoglierne il successo, che nasce però dal loro sudore versato quotidianamente sul set. Io sono schivo, poco festaiolo e a modo mio antidivo di carattere, ma credo di avere avuto un buon rapporto con tutti gli attori che ho incrociato nelle mie diverse esperienze. Se devo citare qualcuno con cui mi sento più spesso di altri ti dico Alessandro Roja, il Dandi della serie, con cui mi conoscevo fin dai tempi del centro sperimentale. Ma l’attore che di più mi ha insegnato sotto ogni punto di vista, da quello recitativo a quello comportamentale, è senza dubbio Kim Rossi Stuart. Con cui spero di avere la fortuna di lavorare di nuovo in futuro. Su Stefania Sandrelli e Vittorio Gasman non dico nulla, il loro nome basta avanza, cosa potrei aggiungere io alla loro grandezza?

 

Ti abbiamo visto in film o serie televisive che hanno raccontato la Storia italiana, come quella sulla vita di Aldo Moro. Cosa ne pensi di quegli anni e come vedi invece il nostro paese in questo momento?

Male, molto male. Il nostro è un paese stanco e vecchio, senza riciclo e con le stesse persone al comando da tanti, troppi anni. D’altro canto però, stiamo talmente raschiando il fondo del barile che sono convinto che prima o poi bisognerà in qualche modo ripartire, creare qualcosa di nuovo. Siamo pieni di giovani talenti a cui vengono tarpate le ali a tal punto che spesso, una volta raggiunto il punto di saturazione (direi anche della fame a questo punto), non possono far altro che andarsene. Inoltre siamo diventati il paese dell’apparire e non dell’essere, e questo è drammatico, in ogni campo, non solo quello dello spettacolo. Viviamo sul falso mito della laurea che purtroppo nel 70 percento dei casi non porta a nulla(almeno da noi in Italia). E’ il momenti di svegliarsi e cambiare la nostra arcaica visione della vita, usare al massimo le nuove tecnologie e le risorse che paesi meno paleontologici di noi sfruttano al massimo. E’ il momento di capire che a 30 anni non si è più ragazzi in cerca di una strada, ma uomini che avranno un giorno in mano il futuro del paese. A proposito di quegli anni ho sentimenti contrastanti poiché, al contrario di oggi, all’epoca si è cercato davvero di cambiare qualcosa, ma a quale prezzo? Inoltre io sono pacifista per natura per cui preferisco sempre la via del dialogo e della diplomazia a quella della lotta armata.

 

Attore di teatro, televisione e cinema; registra di cortometraggi. Cosa ti è piaciuto fare di più finora e cosa vuoi fare da grande?

Il Cinema è il mio primo amore, e in quanto tale, ne sarò innamorato per sempre. La televisione diviene spesso una necessità, mentre il teatro lo amo ma lo odio, nel senso che caratterialmente mi annoio facilmente e preferisco interpretare ogni giorno qualcosa di nuovo piuttosto che replicare per diverse serelo stesso testo, sebbene ogni pubblico reagisca a modo suo e ogni serata abbia le sue piccole differenze. Da grande vorrei continuare questa meravigliosa avventura che sto avendo a Retesport come speaker radiofonico (la radio è il mio secondo amore) e la possibilità di continuare a raccontare storie alle persone in quanto attore, storie appassionanti, coinvolgenti;  con il sogno nel cassetto di, un giorno, girare il mio primo lungometraggio da regista.

 

Passiamo allo sport. So che sei un grande di calcio e in particolare della Roma. Cosa ti piace dei giallorossi di Zeman e cosa gli manca secondo te per arrivare a vincere lo scudetto?

Mi piace moltissimo il gioco di mister Zeman e in quanto abbonato allo stadio Olimpico da 15 anni, posso garantire che è una vera gioia per gli occhi assistere alla partita quando ogni ingranaggio ideato dal boemo è a posto. Alla Roma manca l’appoggio del palazzo. Solamente quello. Sono nato con mio padre che mi diceva: “non ti arrabbiare, è sempre stato così”; sono passati 20 anni e forse è ancora peggio. Quindi mi sono rassegnato e cerco di divertirmi sperando di assistere a una bella partita. Romano piagnone? No, perché chi ha davvero subito torti ha il diritto di sottolinearli. E’ chi batte i pugni sul tavolo salvo poi vincere uno scudetto con un pallone entrato di due metri (Muntari..) non “visto” , dicendo in seguito di abbassare i toni, che dovrebbe avere la decenza di starsi zitto. Ogni riferimento è puramente (non) casuale. Preferisco non dire altro di calcio che le mie coronarie sono già messe a dura prova dalla diretta sui 105,6 fm che mi attende ogni sera dalle 21 alle 24.

 

Sei anche un grande appassionato di tennis. Chi è il tuo idolo? Da dove nasce questa passione?

Sono nato con un altro tennis da quello di oggi, più tecnico e meno fisico, un po’ come il calcio. Il mio idolo è stato Pete Sampras, sapeva fare tutto, inarrivabile. Io suo erede naturale sarebbe Roger Federer ma non riesco ad amarlo fino in fondo, quindi dei tennisti di oggi scelgo Nole Djokovic che mi è anche molto simpatico fuori dal campo. La passione per il tennis è, in realtà, al contrario di quella per il calcio “naturale”, stata “indotta” da anni e anni che ho passato sui campi della Federazione Italiana Tennis sin da bambino. Ma non è mai nato un amore vero, forse perché ero scarsino… Difatti ho appeso la racchetta al chiodo da anni. Ma continuo a vederlo in televisione con grande piacere. Ma a me gli sport piacciono un pochino tutti in fondo. Sono sempre stato molto sportivo e ne ho praticati parecchi.

 

In ultimo, quali sono i tuoi progetti futuri? C’è qualcosa in uscita o in programmazione nei prossimi mesi?

Vorrei glissare sui progetti futuri in quanto molto scaramantico (in fondo ho una nonna napoletana..), mi permetto solo di pubblicizzare una web series dal titolo “serie romanista” (strano, no?) messa su da un gruppo di ragazzi al quale il mio caro amico Stefano Sparapano, grande regista teatrale, mi ha chiesto di partecipare. Ho accettato ben volentieri e dovremmo iniziare a girarla a breve, speriamo bene. Le serie sul web (se realizzate bene, con buona fattura tecnica), rappresenteranno una valida alternativa a prodotti televisivi che per fortuna il pubblico italiano sta iniziando a rifiutare. Inoltre spero che il mio lavoro di attore mi permetta comunque di restare per molti anni ancora sulle frequenze di Retesport, che ritengo sia una radio che regali un servizio di altissima qualità e con grandi firme del giornalismo e non solo, animata da persone che lavorano con grande passione e entusiasmo in un panorama radiofonico sempre più becero e caotico.

Grazie Roberto per questa bella intervista.

Grazie a te Michele e un abbraccio ai lettori di Direttanews

Michele D’Agostino per Direttanews