Tunisia, dopo due anni nostalgia per il regime. C’è crisi, manca anche il latte

Un manifesto di Ben Ali durante la "Rivoluzione dei Gelsomini" (Getty Images)
Due anni dopo la fuga del dittatore Ben Ali, che Tunisia è? Pochi dubbi sulla bontà dei principi che hanno ispirato la Rivoluzione, miccia in grado di appiccare quello straordinario e storico incendio che rappresentato dalla ‘Primavera Araba’; nessuna discussione quindi sulla necessità che il popolo tunisino ripristinasse una situazione dove la libertà fosse garantita a tutti, ma nel medio periodo cosa è cambiato?

Chi si reca oggi in Tunisia si trova davanti agli occhi un Paese in evidente difficoltà, sfiancato dalla crisi economica mondiale e privo di una guida in grado di proiettarlo verso un futuro nel quale la parola sviluppo non sia solo un concetto propagandistico da utilizzare per i comizi e per dare un nome di tendenza ad una via o una piazza. Disoccupazione in aumento, mancanza di prospettive, nessun investimento in infrastrutture: non serve un esperto di politica per rilevare le criticità, è sufficiente guardarsi attorno con occhio critico e parlare con la gente comune. Le cause sono da ricercare nell’incapacità della classe dirigente di prendere davvero in mano la situazione: troppo forti gli interessi dei singoli, troppi i signori e i signorotti smaniosi di riconquistare per loro e le loro famiglie quello spazio che la dittatura aveva loro negato.

Cultura politica che rasenta lo zero, difficile daltronde aspettarsi qualcosa di diverso da una Nazione che negli ultimi cinquantacinque anni è stata comandata da due soli uomini (Bourguiba e Ben Ali) e che prima ancora era una colonia della Madre Francia. Il passaggio dalla dittatura alla democrazia è stato gestito nel peggiore dei modi: nessuna grande coalizione di interesse nazionale, una preventivabile contrapposizione tra maggioranza ed opposizione caratterizzata da un quanto mai inopportuno ostruzionismo. Tante dispute su questioni poco vicine alla realtà di tutti i giorni con il risultato che la popolazione è già stanca della sua nuova classe dirigente e cresce ogni giorno di più il partito dei nostalgici.

Il populismo di Ben Ali, unito a decenni di indottrinamento, ha lasciato un segno indelebie: in molti rimpiangono il Capo. Spiazzante ed emblematica la considerazione che spesso si sente proporre quando si tocca l’argomento: “Prima rubava uno solo, ora rubano tutti”.

Se si aggiunge a tutto ciò una scarsità di risorse che rende difficoltoso anche reperire il latte da dare ai bambini nei negozi, il quadro di un’insoddisfazione crescente è bello che dipinto. Rivoluzione giusta, ne siamo certi, ma finora anche una grande occasione mancata.

Mirko Correggioli