Matteo Renzi risponde “…Europa chi?” alla bocciatura Ue sul progetto dei fondi comunitari

Matteo Renzi al Parlamento Europeo a Strasburgo (Getty images)
Matteo Renzi al Parlamento Europeo a Strasburgo (Getty images)

 

Martedì l’incontro fra Matteo Renzi e Mario Draghi a Città della Pieve, dove il governatore della Bce ha una casa. Doveva rimanere segreto ma era difficile rimanesse tale dopo che il campo di calcio del piccolo paese era evacuato d’urgenza per “manovre militari”. Lì, in segreto, atterrava l’elicottero di Palazzo Chigi. Forse la segretezza non era poi così voluta. E’ sembrato al contrario  che Matteo Renzi volesse dare segnali all’esterno, per far comprendere di non essere isolato e senza sponde come in realtà già si teme, passati neanche tre mesi dal trionfo delle elezioni europee. Con Draghi ci vediamo spesso – sottolinea infatti il premier – “tutto era già a posto da prima, l’Italia non è un osservato speciale”, ha spiegato. Una frase caratterizzata dall’ormai consueta vaghezza governativa dove frasi ad effetto sono blandamente controbilanciate dalle frasi che nulla dicono, tipiche di ogni diplomazia, e quella renziana non fa eccezione. In queste ore è toccato al sottosegretario alla presidenza del Consiglio Graziano Delrio confinare la bruciante emergenza economica nei rassicuranti perimetri della vaghezza, prima con le dichiarazioni al Wall Street Journal «Stiamo affrontando, una a una, le principali cause della mancanza di competitività dell’Italia. Per molte delle nostre misure servirà del tempo prima che possano dare frutti» successivamente riferendosi in maniera esplicita alla bocciatura che la Commissione Ue ha opposto al documento programmatico proposto dal Governo per accedere ai fondi Ue. Del Rio ha parlato “un dialogo costante tra il Governo e la Commissione” di “affinamenti e precisazioni, molto spesso completamente condivisibili”. Come dire che lo stesso Governo ha trovato in gran parte fondate le serrate critiche Ue ai progetti dell’Esecutivo: 37 pagine dove erano individuati 249 punti critici alla proposta di Renzi e dei suoi. Un disastro da cui Del Rio cerca comprensibilmente di nuotare a largo affidandosi all’onda debole dalle frasi di circostanza. Di tutt’altro avviso il premier. Alla domanda dei giornalisti sulla bocciatura da parte di Bruxelles il premier risponde spazientito: “…Bruxelles chi? Non vorrei si dimettesse anche Bruxelles. In passato ho detto Fassina chi è si è dimesso” Chiarito che si trattava, come noto, della Commissione Ue il premier ha proseguito rivolto ad un giornalista “Le risulta che la Commissione ha detto che il Paese è senza strategia? Bisogna separare i fatti dalle opinioni. Questa domanda è l’ennesima dimostrazione di una mancanza di rapporto con la realtà. In tutti i 28 Paesi della Ue si inviano dei documenti e si ricevono delle risposte con delle considerazioni critiche, dopo di che i Paesi membri fanno le loro valutazioni alla luce di ciò che viene detto e scritto. Mi fa piacere” ha aggiunto il premier rivolto ai giornalisti “che vi siate accorti che c’è un problema di fondi strutturali. Io ci ho fatto due campagne per le primarie. I fondi europei negli ultimi anni e decenni l’Italia li ha spesi decisamente peggio di come avrebbe potuto. Mi fa piacere che finalmente ci sia attenzione su questo. Il nostro governo cercherà di cambiare il modello dando più denaro su questioni strategiche e strutturali per il Paese e meno per eventi una tantum”. Una risposta, quella del premier,  che in nuce contiene tutti gli elementi della dialettica renziana: la battuta noncurante, al limite dell’offensivo “Europa chi? Fassina si è dimesso”; l’addossamento delle responsabilità ad altri non disgiunto da un’annotazione irridente “Mi fa piacere vi siate accorti che c’è un problema di fondi strutturali. Mi fa piacere che finalmente ci sia attenzione su questo”; la negazione dell’evidenza: ”  Bisogna separare i fatti dalle opinioni”; passano per l’ovvietà: “I fondi europei negli ultimi anni e decenni l’Italia li ha spesi decisamente peggio di come avrebbe potuto”;  e giungere infine alla vaghezza nel merito: “ Il nostro governo cercherà di cambiare il modello”. Emerge sopratutto l’elusività sulla questione centrale: la bocciatura della Ue – che non è affatto un passaggio scontato per i 28 Paesi – il documento “nascosto” da Palazzo Chigi, l’ennesimo ritardo, i provvedimenti concreti con cui rimediare. Nulla,  nessuna strategia concreta, tanto che – a malincuore –  sulla mancanza di strategia tocca dare ragione alla Ue.
La nonchalanche ostentata dal premier in mattinata è apparsa contraddetta nei fatti dal lungo incontro  con il Presidente Napolitano. In realtà l’entourage del premier non esita a definire “drammatica” la situazione economica complessiva.  Un incontro durato più di due ore. Sul tavolo i dossier sulle  riforme che il premier dovrà mettere in campo da fine agosto con l’obiettivo di restare sotto il 3% del rapporto debito/Pil anche se la recessione dovesse continuare, continua a ripetere il premier. Le priorità sono la giustizia civile ed il lavoro, due temi esplosivi. La prima, ormai alla paralisi, è necessaria anche per dare un messaggio rassicurante agli investitori stranieri. L’intervento sul lavoro  verrà affrontato con una legge delega che Renzi progetta di discutere in autunno e  varare a dicembre quando il premier, presidente di turno della Ue, ospiterà in Italia un vertice sul mercato del lavoro. Questi i programmi e le intenzioni, ma in pochi mesi può davvero accadere di tutto.