Cgia Mestre: “I lavoratori autonomi sono più a rischio povertà”

ULTIMO AGGIORNAMENTO 13:26
Manifestazione per il lavoro (Foto: DAMIEN MEYER/AFP/Getty Images)
Manifestazione per il lavoro (Foto: DAMIEN MEYER/AFP/Getty Images)

Mentre la capitale si prepara ad accogliere una manifestazione unitaria delle sigle Cgil-Cisl-Uil dei dipendenti pubblici e si prospetta in Italia un autunno caldo dal punto di vista delle proteste dei sindacati riguardo alla riforma lavoro e il Ministero dell’Economia e delle Finanze rassicura sul fatto che sono già state erogate somme cospicue per il pagamento dei debiti della Pubblica Amministrazione , la Cgia di Mestre ha diffuso i dati di un’ultima indagine riguardo ai lavoratori autonomi.

Secondo il rapporto il lavoro autonomo tra piccoli imprenditori, artigiani, commercianti, liberi professionisti e soci cooperative è la categoria più a rischio povertà.

Infatti, nel 2013, un lavoratore autonomo su quattro si è trovato in difficoltà economica.
Dal 2008 al primo semestre del 2013, si registrano 349mila autonomi che hanno chiuso la loro attività, pari al -6,3%, laddove i lavoratori dipendenti sono diminuiti del -3,8%.

Inoltre, dallo studio delineato dalla Cgia emerge che nel 2013 il 24,9% degli autonomi ha vissuto con un reddito disponibile inferiore a 9.456 euro annui, ovvero sotto all soglia di povertà calcolata dall’Istat.

Per quanto riguarda la fascia con reddito da pensioni, il 20,9% ha percepito un reddito al di sotto della soglia di povertà, mentre per quelle dei lavoratori dipendenti il tasso si è attestato al 14,4% (quasi la metà rispetto al dato riferito alle famiglie degli autonomi).
Il cosiddetto “popolo delle partite Iva” che comprende non solo i lavoratori autonomi a tutti gli effetti ma anche le finte partite iva ha sofferto maggiormente al Sud, in Calabria, in Sardegna e in Campaniadove nel periodo considerato, tra il 2008 e il primo semestre del 2014.
Infatti, la riduzione nel Mezzogiorno è stata del 9,9%(- 160.000 unità), seguito dal Nordovest con il -7,8% (-122.800 unità), il Nordest (-4,3%) e il Centro (-1,3%).

“A differenza dei lavoratori dipendenti quando un autonomo chiude definitivamente bottega non dispone di alcuna misura di sostegno al reddito. Ad esclusione dei collaboratori a progetto che possono contare su un indennizzo una tantum, le partite Iva non usufruiscono dell’indennità di disoccupazione e di alcuna forma di cassaintegrazione in deroga e/o ordinaria/straordinaria”, ha commentato il segretario della Cgia Giuseppe Bortolussi , proponendo una riflessione sull’ipotesi di un’estensione della tutela dei lavoratori e spiegando la situazione paradossale di una categoria, considerata spesso e volentieri che ha subito un crollo maggiore.

Tanto che, mentre si parla della riforma del lavoro, Bortolussi ha fatto notare che “purtroppo non è facile trovare un altro lavoro: spesso l’età non più giovanissima e le difficoltà del momento costituiscono una barriera invalicabile al reinserimento, spingendo queste persone verso forme di lavoro completamente in nero”.

“È sempre più evidente che la precarietà nel mondo del lavoro si annida soprattutto tra il popolo delle partite Iva. La questione non va affrontata mettendo gli uni contro gli altri, ipotizzando di togliere alcune garanzie ai lavoratori dipendenti per darle agli autonomi, ma allargando l’impiego di alcuni ammortizzatori sociali anche a questi ultimi che, almeno in parte, dovranno pagarseli”, ha concluso il segretario della Cgia, riferendosi non solo allo scontro in atto tra sindacati e governo, ma anche al famoso cavallo di battaglia, tanto “sventolato” dal premier Matteo Renzi, riguardo alla lotta alla precarietà, impiegando il moto della nuova sinistra europea che, secondo l’orami vox populi, non premia più la tutela del lavoratore, come la sinistra di un tempo, al contrario, la nuova sinistra per il premier consiste nel creare opportunità di lavoro, come sostenuto alla direzione del Pd, lo scorso 20 ottobre, sul tema del JobsAct. Ovvero: per il fine, tutti i mezzi sono leciti. Tanto che il premier si spinge oltre e per lui “una sinistra che non cambia è di destra” e il lavoro dipendente “non esiste più” come detto alla Leopolda di Firenze, il 26 ottobre.

Di certo le dichiarazioni del “cavallino rampante” del Pd non son sfuggite alla minoranza del Pd che ha replicato coesa chiedendo a Renzi di mantenere le modifiche stabilite in direzione al testo della riforma del lavoro.

Ma non solo. Come emerge dallo studio della Cgia, vi è un altro paradosso. Infatti, se da una parte il lavoratore autonomo è quello più a rischio povertà e che Renzi vuole spingere una linea che sostenga maggior flessibilità, soprattutto per integrare i giovani nel mercato del lavoro, senza affrontare il tema di un allargamento degli ammortizzatori sociali, ci si chiede perché innalzare la soglia al 15% per le partite iva a regime minimo per gli under 35.

In tutto ciò, sullo sfondo della lotta dei lavoratori, per cui la stessa Segretaria della Cgil Susanna Camusso mira a che non vi sia uno scontro tra lavoratori del settore pubblico e privato, vi anche la questione del reddito di cittadinanza che torna come una mantra.
Significativo, in tal senso, l’articolo a firma di Ilaria Mariotti, pubblicato su repubblicadeglistagisti.it che evidenzia come l’Italia, sia uno dei pochi paesi europei con Grecia e Bulgaria, privo di una misura di reddito minimo.
Sul reddito di cittadinanza sono state presentate numerose proposte di legge, ma l’argomento non è mai stato trattato né tantomeno contemplato.
La Mariotti cita in tal senso anche una proposta del Movimento Cinque Stelle confluita in un disegno di legge che prevede l’istituzione di un reddito di cittadinanza a tutti i cittadini maggiorenni che sarebbero titolari di almeno un diploma di scuola superiore e al di sotto della soglia di povertà.
La somma sarebbe stata calcolata in 7200 euro annuali per chi guadagna meno di 600 euro annuali e sale fino a 1000 euro al mese per una famiglia di tre membri con 1300 euro.
La stima è stata però scartata in quanto costerebbe almeno 17 miliardi di euro, “con dodici milioni di famiglie beneficiarie, più del doppio rispetto allo stanziamento richiesto dai promotori del Reis (7 miliardi), altro possibile provvedimento di contrasto alla povertà”, sottolinea la Mariotti.
Ma la questione di trovare i fondi necessari per la copertura è stata relativizzata da Pippo Civati: “Gli 80 euro di Renzi valgono 9,6 miliardi”, ha sottolineato Civati, affermando che si tratta di “una scelta politica” e sostenendo che “questo governo prova fastidio verso questo tema”.
Ed è proprio Civati che parla dei lavoratori autonomi, definiti “nuovi poveri e nuovi professionisti”, tra i quali Civati inserisce appunto le partite iva.

Carlotta Degl’Innocenti