Jobs Act, minoranza Pd non si arrende: “Passaggio al Senato non sia formalità”

L'aula di Palazzo Madama (Franco Origlia/Getty Images)
L’aula di Palazzo Madama (Franco Origlia/Getty Images)

Un appello a firma dei senatori del Partito Democratico, Erica D’Adda, Federico Fornaro, Maria Grazia Gatti, Cecilia Guerra, Patrizia Manassero, Carlo Pegorer e Walter Tocci, a 48 ore di distanza dall’ok al Jobs Act in commissione Lavoro a Palazzo Madama, dimostra la ferma intenzione della minoranza Pd a non desistere, dopo lo strappo avvenuto in aula a Montecitorio.

Scrivono i senatori: “Pur permanendo diverse criticità, è innegabile che sia al Senato e sia alla Camera, nel lavoro di commissione, siano stati compiuti passi in avanti rispetto al testo originario presentato del governo sulla delega lavoro. Riteniamo perciò che la terza lettura non possa rappresentare una mera formalità burocratica, ma, al contrario, il dibattito in aula possa e debba consentire – pur nel rispetto di tempi rapidi di approvazione – di meglio definire gli indirizzi contenuti nella legge delega in vista della successiva stesura dei decreti delegati”.

“Ci attendiamo, perciò dal governo, che si assuma impegni precisi su aspetti delicati quali, per esempio, il reintegro del lavoratore licenziato con motivazioni economiche che si rivelassero palesemente infondate” – prosegue la nota – “Allo stesso modo, chiediamo chiarezza sulle risorse disponibili e spendibili dal 2015 per i nuovi ammortizzatori sociali e per il nuovo sistema di politiche attive del lavoro, ponendo fine al balletto di cifre e definendo anche un cronoprogramma per gli interventi della riforma, che altrimenti rischia ancora una volta di limitarsi ai soli aspetti contrattuali”.

I senatori sottolineano ancora: “Resta, infine, la nostra netta contrarietà all’introduzione nel nostro ordinamento non già di un ‘contratto a tutele crescenti’ per favorire l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, ma di quello che nei fatti rappresenta una nuova tipologia contrattuale a “tutele ridotte” per tutta la vita lavorativa del nuovo assunto”. In conclusione un appello: “Se il governo vorrà c’è ancora tempo, affinchè il Jobs Act non sia unicamente ricordato come la nuova frontiera dello scontro con il sindacato e non finisca per diventare una straordinaria occasione perduta per ammodernare per davvero il nostro sistema delle imprese e contribuire sia alla ripresa economica sia a ricucire gli strappi nella coesione sociale prodotti da questa interminabile crisi”.

Cuperlo difende Bersani ed Epifani

Gli strascichi polemici seguiti al voto alla Camera hanno spinto il leader della minoranza Pd, Gianni Cuperlo, a intervenire per chiarire: “Non ho votato la riforma del mercato del lavoro e ho espresso il mio dissenso da alcuni contenuti qualificanti della delega. È stato un atto sofferto perché non è una decisione facile dissociarsi in Parlamento dalle scelte del proprio partito. Con la stessa sincerità ho rispetto verso quanti hanno compiuto una scelta diversa”.

Prosegue Cuperlo: “La Cgil è il più grande sindacato italiano anche perché ha rappresentato nel tempo una palestra di dialogo e civismo. Leggo oggi con preoccupazione e amarezza la richiesta di alcuni per una sorta di ‘scomunica’ nei confronti di Guglielmo Epifani o Cesare Damiano, e altre colleghe e colleghi con un trascorso sindacale. Ridurre una battaglia di merito e principio di cui io resto convinto a una resa di conti con parlamentari che hanno sostenuto una posizione diversa è una strada sbagliata”.

Il Jobs Act, intanto, continua a non piacere anche al centrodestra, con Daniela Santanché di Forza Italia che evidenzia: “A questo governo piace molto l’inglese, ma del Jobs Act purtroppo usa solo il nome. Questa è più una riforma della contrattualistica dei rapporti di lavoro che non un piano di stimolo per l’occupazione. Non c’è infatti un taglio di tasse significativo per le piccole e medie imprese che sono in Italia lo zoccolo duro di chi produce lavoro. Risultato: zero posti di lavoro”.

 

GM