Jobs Act, Poletti: nessuna trattativa sui decreti attuativi

Il ministro del Lavoro Poletti (THIERRY CHARLIER/AFP/Getty Images)
Il ministro del Lavoro Poletti (THIERRY CHARLIER/AFP/Getty Images)

Nell’incontro con le parti sociali, imprese e sindacati, sui decreti attuativi del Jobs Act, il Ministro del Lavoro Giuliano Poletti è stato categorico: il governo è pronto ad ascoltare le parti, ma non ci sarà alcuna trattativa. E’ quanto hanno riferito alla stampa alcuni partecipanti alla riunione. Il ministro avrebbe aperto l’incontro, annunciando l’intenzione del governo di “illustrare le sue posizioni, discutere con le parti sociali, raccogliere le istanze e le sollecitazioni, ma sapendo che non ci sarà nessuna trattativa. L’Esecutivo prenderà le sue decisioni nel rispetto della delega”, è quanto avrebbe detto Poletti, senza lasciare pertanto alcun margine di manovra si sindacati, che contavano di intervenire almeno nella stesura dei decreti delegati della tanto discussa riforma del lavoro.

I primi decreti attuativi della nuova legge, pubblicata in Gazzetta Ufficiale in questi giorni, potrebbero arrivare al Consiglio dei Ministri del 24 dicembre prossimo. Una sorta di regalo di Natale del governo Renzi ai lavoratori, con l’abolizione di fatto dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, su cui si è svolta larga parte della battaglia con i sindacati. Infatti, stando alle nuove norme, che dovrebbero essere precisate proprio con i decreti attuativi, non sarà più possibile ottenere il reintegro nel posto di lavoro, diritto introdotto nello Stato del 1970, in caso di licenziamento ingiustificato. Il reintegro rimarrà solo nel caso di licenziamenti discriminatori e in caso di licenziamento disciplinare ingiustificato solo nel caso un cui il giudice accerti che il “fatto materiale non sussista”. Una regolamentazione dei licenziamenti ancora più stringente rispetto alle modifiche all’art 18 introdotte nel 2012 dalla riforma Fornero. Riguardo al licenziamento disciplinare, la riforma Fornero parlava genericamente di “fatto” e non di “fatto materiale”, inoltre conteneva anche un rinvio alle regole dei contratti collettivi sulle sanzioni, che ora viene eliminato. Non solo, c’è la possibilità che anche in caso di licenziamento disciplinare ingiustificato, il governo preveda comunque nei decreti attuativi la possibilità per il datore di lavoro di scegliere tra reintegro e pagamento di un indennizzo, magari più alto. Così come il pagamento dell’indennizzo è la sola sanzione che rimane contro il datore di lavoro per i licenziamenti economici ingiustificati. Proprio l’importo di questo indennizzo è al centro della discussione, poiché nell’ambito del contratto di lavoro a tutele crescenti, introdotto dal Jobs Act, dovrebbe essere legato all’anzianità di servizio. In base a quanto emerso nelle ultime settimane, sembra che la forbice dell’indennizzo andrà dai 4 ai 24 mesi di retribuzione.

I primi due decreti attuativi annunciati per il 24 dicembre sono quelli che riguardano il contratto di lavoro a tutele crescenti (contratto a tempo indeterminato) e la nuova Aspi (Assicurazione sociale per l’impiego), modificata rispetto a quella introdotta dalla riforma Fornero ed estesa anche ai lavoratori precari assunti con contratto di collaborazione coordinata e continuativa. Questi due primi decreti potrebbero essere definiti con maggiore dettaglio dopo le feste natalizie, in particolare quello sull’Aspi, che ancora non sembra pronto.

Il contratto a tutele crescenti “deve necessariamente corrispondere alle aspettative delle istituzioni internazionali e degli imprenditori italiani, nel senso che esso deve contenere norme semplici e certe sulla risoluzione del rapporto di lavoro. Ciò significa, coerentemente con i principi di delega, affermare la regola dell’indennizzo e del risarcimento limitando la reintegrazione ai soli casi del licenziamento discriminatorio o infamante“, così ha dichiarato Maurizio Sacconi, presidente dei senatori di Area popolare (Ncd-Udc) ed ex ministro del Lavoro di Berlusconi.

V.B.