Dolce & Gabbana: il coraggio e il senso del limite

Dolce e Gabbana
D&G (Olivier Morin/Getty Images)

Il clamore suscitato dalle dichiarazioni di Domenico Dolce e Stefano Gabbana sembra creato per confondere la semplicità e la limpidezza di un messaggio che avrebbe meritato risposte migliori. Gli stilisti, omosessuali dichiarati, qualche giorno fa hanno parlato di famiglia. E’ stata un riflessione semplice, di buon senso, dove il ricordo e l’amore per le proprie radici ha accompagnato parole libere e senza secondi fini se non quello di condividere una riflessione. «Non abbiamo inventato noi la famiglia – hanno detto Domenico Dolce e Stefano Gabbana –  l’ha resa icona la Sacra Famiglia e  non c’è religione, non c’è stato sociale che tenga: tu nasci e hai un padre e una madre. O almeno dovrebbe essere così, per questo non convincono quelli che io chiamo i figli della chimica, i bambini sintetici. Uteri in affitto, semi scelti da un catalogo. Vai a spiegare a questi bambini chi è la madre. Procreare deve essere un atto d’amore. Oggi neanche gli psichiatri sono pronti ad affrontare gli effetti di queste sperimentazioni». Domenico Dolce e Stefano Gabbana hanno detto una verità, la verità: pensieri  che sapevano di esporsi alla lapidazione  nel momento stesso in cui non rimanevano relegati nella riflessione privata ma avessero osato superare il confine della prudenza ed esprimersi. Perché a tanto siamo arrivati: il timore di parlare, l’essere costretti a trattare l’evidenza come fosse un’opinione e una riflessione sull’evidenza come fosse una debolezza. Domenico Dolce e Stefano Gabbana, accusati di essere “arcaici”,  hanno parlato di qualcosa che viene prima ancora della famiglia. Hanno parlato del limite, di quel senso di misura che è la prospettiva che illumina le relazioni fra l’uomo e le cose, fra lui e Lui, tra creatura e Creatore. Proporzioni, struttura, pensiero, cuore e vista per comprendere tutto questo. Domenico Dolce e Stefano Gabbana non hanno perso lo sguardo, perché nonostante tutto hanno mantenuto la misura delle cose, nella loro imperfezione di uomini,  partecipi e anche loro sorretti dal mistero che accompagna ogni essere umano. Domenico Dolce ha detto: «Sono gay, non posso avere un figlio. Credo che non si possa avere tutto dalla vita, se non c’è vuol dire che non ci deve essere. È anche bello privarsi di qualcosa. La vita ha un suo percorso naturale, ci sono cose che non vanno modificate. E una di queste è la famiglia». Parole di una libertà e di una semplicità sorprendenti. E’ il lascito di una rinuncia, una resa che restituisce la consolazione infinita che viene dall’accettazione delle propria finitezza. E’ forse il segno di un giudizio su se stesso, sulla propria vita. Dove non sono potute giungere le azioni, è arrivata la coscienza, ed il pensiero, a salvare l’uomo.

Ma qualcuno ha avvertito troppa libertà e compostezza in questa riflessione, un colpevole ripensamento, un tradimento che doveva essere punito. Una modestia grave perché proveniva da persone famose e ricche, che non erano tenute ad essere modeste e non avrebbero dovuto esserlo, non dovevano essere umili. Persone che hanno tradito la loro fama e la loro ricchezza, questa sembra essere stata la loro prima colpa: hanno dimenticato le regole, non scritte ma severissime, della comunità che aveva dato loro tutto questo. Questa la seconda colpa. E infine l’addebito maggiore. Perché Domenico Dolce e Stefano Gabbana posso insinuare un dubbio: la loro riflessione porta implicitamente a conclusioni giudicate intollerabili “accettiamo la nostra vita, e noi stessi – sembrano dire  –  ma la nostra vita porta a rinunce inevitabili. Non sia un modello” . La violenza, l’orgoglio e la stupidità che questo pensiero ha suscitato li offendono e fanno ben comprendere, nel momento in cui la rabbia diventa insulto e un attimo dopo ricatto, quanto i due stilisti abbiano avuto ragione. Hanno parlato di procreazione, di figli e di regole. La reazione sembra venire da un mondo che sembra contemplare solo una regola, quella di un desiderio senza regole né limiti, talvolta saziato a stento da una disponibilità economica illimitata, convinta di poter allestire precipitosamente la mensa dei propri impulsi, spazzando ciò che è d’intralcio: la riflessione, il pensiero che va controcorrente e il dissenso.

Decidere di vendicarsi di D&G e arrivare al punto promuovere il boicottaggio del brand è un’azione di un’empietà  e una miopia pari solo all’immaturità che la sostiene. Una scelta che sembra rivelare un cuore senza freni, una profonda inattitudine ad essere padre in che l’ha concepita, anche e indipendentemente dalla propria inclinazione sessuale. Qualcosa, in questo disordine truccato da “lotta per i diritti”, rammenta il desiderio sfrenato degli imperatori romani: bambini crudeli e onnipotenti, vendicativi, capaci di spese folli per un desiderio e di follie per consumare una vendetta. Ed è una follia quella che intende colpire un azienda e le persone che ci lavorano, indiscriminatamente, perché i titolari non sono rimasti fedeli ad un’idea, perché hanno risposto con un pensiero ad un impulso e opposto una riflessione pacata alle grida di un capriccio.  La “libertà” che si vendica e invita agli altri ad infierire nasconde una complessa teoria di desideri mai paghi,  intesse una trama di relazioni e rapporti,  delinea il confine di una casta e una regola che non conosce libertà e verità. Impone una legge che garantisce la muta osservanza a se stessa con i mezzi della ricchezza e del successo. D&G sono ricchi e famosi ma qualcosa in loro è rimasto non scalfito, non negoziabile, né vendibile.

Forse capitoleranno, regaleranno qualche distinguo per placare gli imperatori del nulla, forse chiederanno scusa.  Ma “l’incidente D&G”  rimane per ammonirci sulla crudeltà di un pensiero che procede per impulsi e rivendicazioni, che disconosce le proprie debolezze per non metterle al cospetto dell’evidenza. Ci mostra la sua forza. E dice altro: rivela la  profondità e l’autenticità  del mondo “arcaico” dove buon senso  e senso del limite hanno sposato umiltà e compostezza: “La famiglia non è una moda passeggera, è un senso di appartenenza sovrannaturale. La gente ha bisogno di appartenenza” hanno detto D&G. Bisognerà vedere, fra qualche anno, a chi sentiranno di appartenere i figli degli imperatori, i bambini senza madre. Domenico Dolce e Stefano Gabbana hanno avuto una madre e non l’hanno dimenticato. Appartengono al buon senso, ad un mondo pieno di significati: per questo sono riusciti nonostante tutto, e meglio di molti altri, a parlare la lingua dell’uomo.

Armando Del Bello