Sollecito: “Vado in tv perché ho esperienza diretta”

Raffaele Sollecito (Franco Origlia/Getty Images)
Raffaele Sollecito (Franco Origlia/Getty Images)

Torna a rivendicare il diritto a una nuova vita, Raffaele Sollecito, assolto dalla Cassazione nei mesi scorsi per il delitto di Meredith Kercher. Il giovane barese aveva partecipato come opinionista sabato scorso a ‘Il giallo della settimana’, la nuova trasmissione di Tgcom24, che affianca ‘Quarto Grado’, quindi chiamato a rispondere sulla questione aveva spiegato: “Un futuro in tv? Se c’è bisogno vado. Se può essere utile a me fa piacere, ma al momento non ci sono prospettive di questo genere. Di lavoro faccio l’ingegnere informatico”.

“In Tv ci sono tanti esperti di criminologia che parlano dopo aver studiato sui libri. Io ho vissuto quattro anni di carcere, un processo giudiziario e uno mediatico. Penso che la mia opinione non valga meno”, ha sottolineato Sollecito a ‘Vanity Fair’, tornando sull’argomento, poi ha aggiunto: “Avessi ammazzato qualcuno, forse ci sarebbe qualcosa da eccepire, ma io sono innocente”. Ha quindi rilevato: “La mia testimonianza può essere di aiuto a molti. Mi batto perché nessuno riviva quello che è successo a me. Posso portare nei dibattiti giudiziari un punto di vista originale”.

“Mi concentrerò sui casi giudiziari italiani, tenendo conto soltanto dei fatti e delle questioni oggettive delle indagini” – puntualizza ancora Raffaele Sollecito – “Troppo spesso gli investigatori e i media si concentrano su particolari morbosi che però non hanno nulla a che fare con le indagini o con la ricerca della verità: analizzano le personalità, le psicologie, ricercano gli aspetti più sensazionalistici, in una corsa al massacro dell’accusato”.

Infine, un commento su due processi illustri, quelli per le morti di Sarah Scazzi e Yara Gambirasio: “Sento puzza di processo indiziario nei casi Scazzi, Stasi e Bossetti. Prenda Ivano Russo, che ha visto rivoltata la sua vita privata. Da un perfetto sconosciuto è diventato l’Alain Delon di Avetrana…”, dice sul caso del delitto di Avetrana, poi su Massimo Bossetti: “Di lui, e dei rapporti di sua madre, sappiamo tutto, tranne quello che ha veramente fatto. La mia empatia consiste nel fatto che anche lui si ritrova in carcere pur non essendo ancora stato condannato”. Conclude Sollecito: “Io credo che le esigenze cautelari servano più a pompare le negatività di un imputato e a torturarlo”.

GM