Si appartano, poi arriva un uomo: mistero sull’omicidio del Po

Salvatore Ciammaichella e la compagna Monia Desole (Facebook)
Salvatore Ciammaichella e la compagna Monia Desole (Facebook)

Lo chiamano “l’omicidio del Po” perché è avvenuto proprio sugli argini del fiume, nella zona golenale di Garofolo in provincia di Rovigo. Protagonisti della vicenda tre persone. Una coppia, formata da Salvatore Ciammaichella, 44 anni carabiniere in forza a Cento e la compagna Monia Desole, 41, e un terzo uomo, la vittima, Antonio Piombo. Salvatore e Monia cenano insieme la sera del 26 maggio, poi salgono in auto e si dirigono verso l’abitazione nella quale convivono da 15 giorni. A metà strada la voglia di trasgredire o un desiderio irrefrenabile li spinge ad appartarsi sulle rive del Po. Ad un certo punto si presenta al finestrino un uomo, Salvatore si spaventa ed estrae la pistola che deteneva regolarmente ma che non poteva portare fuori da casa. Qui inizia la versione raccontata dal presunto omicida e ancora tutta da verificare: “Monia – spiega il carabiniere – all’improvviso ha cominciato a dirmi che c’era qualcuno. Mi sono girato e gli ho intimato di andarsene. Ma lui ha cominciato a dire che voleva venire con noi. Era insistente, pensavo a un maniaco. Gli ho detto che ero un carabiniere, lui che era disposto anche a pagarci”. Poi entra in gioco l’arma: “L’ho puntata contro Piombo, non volevo sparare. Invece sono partiti accidentalmente due colpi. Quell’arma – ha continuato – non ha la sicura. E’ stato un tragico errore”. La vittima viene colpita sul torace e in fronte. Una volta constatata la morte dell’uomo i due, per stessa ammissione di Salvatore, perdono la testa: “Abbiamo cercato di spostare il corpo, non so cosa mi passava in quel momento per la testa. Siamo impazziti entrambi, volevamo fare sparire tutto e abbiamo cercato di simulare una rapina”. Il corpo alla fine lo lasciano lì e rubano l’auto in modo che si pensasse che qualcuno lo avesse ucciso per rubarne auto e soldi.

Poi ci sono alcuni fatti inconfutabili testimoniati anche dalle immagini di alcune telecamere di sicurezza. Salvatore si mette alla guida dell’auto della vittima, lei segue guidando la sua macchina, una Peugeot 307 Cabrio. Poi una volta abbandonata la macchina di Piombo il viaggio in autostrada verso Bologna (alle 4.27 la cabrio si ferma in via Zanardi dove una donna con cappuccio preleva 120 euro col bancomat di Piombo), il ritorno a Canaro e la sera successiva a Finale Emilia (alle 23.52 del 27 viene effettuato dalla stessa donna un secondo prelievo). C’è anche il tentativo di vendere l’arma e il mistero sull’eventuale presenza della figlia di Monia sulla scena del crimine. In tutto ciò si registra anche il silenzio della donna che ha deciso di non parlare con gli inquirenti e il fatto che i due avessero fatto pochi giorni dopo l’omicidio le pratiche per i nuovi passaporti.

L’accusa è di omicidio aggravato, utilizzo indebito di bancomat rubato e per Salvatore anche di detenzione abusiva dell’arma. A breve il gip deciderà se convalidare il fermo in carcere per entrambi.

F.B.

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