“Mio figlio ucciso dallo Stato”, il grido di dolore di un padre

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Norman Zarcone è un’altra vittima della crisi che ha portato via tutto a tutti: anche lui, come il 30enne Michele, aveva deciso a suo tempo di togliersi la vittima perché la sua vita era diventata senza felicità, senza un lavoro e senza alcun futuro. Norman era un dottorando originario di Palermo, e così lo ricorda suo padre all’AGI: “Mio figlio non si è ucciso, ma è stato invece ammazzato, ed il colpevole è lo Stato. L’Italia non è un Paese per giovani e per chi davvero meriterebbe di farcela. Potete querelarmi, contestarmi, zittirmi, ma la verità è questa: lo Stato italiano finisce con l’uccidere i suoi giovani migliori, al mio Norman è successo proprio così”.

Stato assente

Norman Zarcone decise di farla finita il 13 settembre 2010, a soli 27 anni. Nonostante le due lauree conseguite in Filosofia con il massimo dei voti, un dottorato che avrebbe conseguito entro pochi mesi, un tesserino da giornalista pubblicista e tanta voglia di farcela, alla fine l’oppressione di una triste realtà senza alcuno sbocco ebbe la meglio su di lui. Il giovane si gettò nel vuoto dal settimo piano della Facoltà di Lettere dell’Università di Palermo. Un gesto tragico che non è rimasto isolato purtroppo, e che ha avuto seguito con altri drammi personali. “Il tutto perché in Italia non ci sono più lavoro e dignità. La politica non premia il talento e si fanno solo discorsi, mai i fatti – rincara la dose il padre – mio figlio ed altri ragazzi si uccidono perché convinti di non avere più speranza di cambiare le cose. Per me lo Stato italiano è colpevole di omicidio e di furto aggravato del loro futuro”.

S.L.

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