Madri denunciano i reparti maternità: “Nessuna assistenza”

(websource/archivio)

Storie di madri traumatizzate nei reparti maternità in Inghilterra: è il caso ad esempio di Kelly Derry, la 29enne che aveva partorito la figlia 18 ore prima, ma l’epidurale – l’iniezione di anestetizzante – stava finendo il suo effetto e lei aveva dolori terribili. La giovane, che si occupa di vendita al dettaglio, viene da Boston, nel Lincolnshire, ha spiegato che aveva chiesto qualcosa per alleviare il dolore alle infermiere, ma che queste erano passate oltre, per poi tornare dopo un po’, ma senza darle nulla. Nel frattempo i suoi dolori aumentavano: in tre le avevano promesso che le avrebbero somministrato qualcosa, ma nessuna di loro lo ha fatto.

“A metà mattina stavo sperimentando gravi crampi addominali” – racconta Kelly Derry – “Sapevo che era normale dopo una nascita naturale, perché era il mio terzo figlio, ma all’ora di pranzo, sei o sette ore dopo, non ce la facevo più”. Si rivolge così al marito, chiedendogli di acquistare qualche antidolorifico, questi arriva mezz’ora dopo ed è sconcertato dal fatto che le infermiere non abbiano prestato attenzione alle richieste della moglie. “Ho preso le compresse e, in pochi minuti, mi sono sentita meglio. Non ho detto nulla al personale riguardo questo – volevo solo uscire da lì”, ha detto la neomamma, la cui vicenda personale non è purtroppo unica.

Secondo un nuovo sondaggio effettuato nel Regno Unito, migliaia di nuove madri sono rimaste senza sollievo dal dolore, cibo e acqua nei reparti di maternità e una su cinque sostiene di essere psicologicamente turbata tanto da non volere altre gravidanze. L’indagine del sito Mumsnet su circa 1.220 nuove madri rivela che il 45% di loro si è sentita abbandonata, il 61% non ha ricevuto cibo e il 22% è rimasta senza bere acqua. Un altro dato sconcertante parla di 1.400 errori nei reparti maternità ogni settimana. In tutto si parla di 305.019 errori da parte delle ostetriche e delle infermiere negli ultimi tre anni, errori che vanno da registri dispersi a gravi casi di decessi di madri e figli. Le cifre mostrano che almeno 259 donne o bambini sono morti tra il 2013 e il 2016 a causa di circostanze evitabili o inaspettate.

La punta di un iceberg

Spiega Justine Roberts, fondatore della Mumsnet, che negare alle madri gli standard fondamentali di cura nei reparti di maternità è solo la punta di un iceberg molto preoccupante. “Le donne che hanno appena partorito non dovrebbero avere fame o sete, o chiedere ripetutamente sollievo dal dolore o di lavare i bagni sporchi”, ha sottolineato, aggiungendo: “Le donne meritano livelli di attenzione simili nei giorni e nelle settimane cruciali dopo la nascita”. Preoccupa ancora di più il fatto che il 5% delle madri che hanno avuto problemi nel reparto maternità poi sviluppa la depressione post parto. Tra solo c’è anche Kelly Derry, che spiega: “Sono convinta che la mia depressione abbia qualcosa a che fare con come sono stata trattata in quel reparto”.

Alla giovane mamma viene negata anche la possibilità di fare una doccia per carenze di personale, per cui non vede l’ora di tornare a casa, dove però tutto sembra peggiorare e appunto arriva la depressione. A diagnosticargliela è il medico di famiglia: “Ora sto bene, ma sono rimasta delusa perché quello che doveva essere una bella cosa, dopo poche ore con il mio bambino si trasformò in qualcosa di stressante e sconvolgente”. Solo l’8,5 per cento della spesa totale per la cura della maternità in Inghilterra va in spese che riguardano quello che avviene dopo il parto: “È assolutamente inaccettabile che le nuove mamme non siano adeguatamente curate nei reparti post-natali”, ragiona Elizabeth Duff, che si occupa di politiche riguardanti la natalità.

Il Royal College of Midwives ritiene che sia necessario investire molto di più per aiutare a raggiungere i migliori risultati per la madre e il bambino e attraverso il suo direttore generale Cathy Warwick evidenzia “l’infelicità” delle donne con le “attuali cure post-natali”. Questa una delle proposte: “Se dobbiamo investire in una migliore assistenza post-natalizia per le donne, dobbiamo investire in più ostetriche”. Nell’indagine Mumsnet, il 62% delle donne ha dichiarato che il proprio reparto postnatale era insufficiente e il 19% ha dichiarato che il soggiorno in ospedale ha influenzato la propria salute mentale. È particolarmente preoccupante perché il suicidio è la principale causa di morte tra le nuove madri. Tuttavia, il 43 per cento dei consigli sanitari in Inghilterra non prevede alcun servizio sanitario mentale materno specializzato.

Il travaglio di Milli Gee

Anche Milli Gee, 27 anni, di Southend, che ha partorito a 33 settimane i gemelli Ruby-Rose e Lilly-Joy nel luglio del 2015, ritiene che la sua depressione post-natale e il disturbo post-traumatico diagnosticati lo scorso anno sono stati il risultato del suo trattamento nel reparto di maternità. “Anche se la gravidanza era stata problematica, ed era una nascita prematura, ero pienamente preparata”, spiega la donna, che però sottolinea che non si sarebbe mai aspettata di essere praticamente abbandonata nel reparto di maternità. Dopo il parto, la neomamma sta male, per i dolori è costretta a stare sulla sedia a rotelle, ma solo otto ore dopo le fanno vedere i figli.

Le somministrano ibuprofene, ma quello che sta per avvenire le dà la netta sensazione di abbandono: “La mattina seguente mi hanno trasferita da una stanza privata al reparto di maternità”. Le chiudono le tende intorno e nonostante le sue richieste di qualcosa per alleviare il dolore, le infermiere le dicono sempre di essere molto occupate, finché il compagno non perde le staffe e reclama in direzione sanitaria. Intanto, un amico della donna dice di essere stato testimone del tentativo di portare via il figlio dalla culla del reparto maternità. Così lei decide di andare via e firma le dimissioni, nonostante i medici le consiglino di restare ancora 24 ore.

La vicenda di Lauren Woodley

C’è poi la vicenda di Lauren Woodley, 30 anni, segretario legale di Chalfont St Giles, Buckinghamshire, che è rimasta in coma per più di nove ore dopo la nascita nel febbraio 2016. La mamma di tre figli, sposata, aveva subito quattro giorni di travaglio prima che suo figlio Alex nascesse a 37 settimane con parto cesareo. Dopo la nascita, dicono a lei e alle altre ricoverate nella stessa stanza che le avrebbero somministrato qualcosa per placare il dolore, ma anche in questo caso le ore passano senza che accada nulla.

Dopo dodici ore, le viene somministrato un antidolorifico: “Fortunatamente ci sono stati dati cibo e bevande ma non ho potuto vedere mio figlio per due giorni perché nessuno poteva ottenere una sedia a rotelle per me e mi è stato detto che erano troppo occupati per venirmi prendere”. Anche lei spiega che un suo amico dice di essere stato testimone del tentativo di portare via il figlio dalla culla del reparto maternità. Le infermiere la rassicurano e le spiegano che è impossibile perché il figlio era etichettato, ma una volta tornata a casa la donna scopre che non esisteva alcuna etichetta.

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GM