Stuprato da 2 sconosciuti che volevano “socializzare”: “Ecco cosa mi hanno fatto”

(Websource / Mirror)

“Volevo buttarmi giù da un ponte”. Così dice Sam Thompson, il 22enne di Manchester stuprato da due uomini nel corso di quella che avrebbe dovuto essere una serata di relax e allegria nella sua città, raccontando “l’orrore” della violenza da lui subìta. Il giovane è stato brutalmente aggredito e, a seguito di quell’esperienza traumatica, che lo ha fatto sentire “sporco” e “pieno di vergogna” e ha segnato la fine della relazione con la sua fidanzata, è andato un incontro a un esaurimento nervoso con il quale sta ancora facendo i conti.

Sam ha deciso di rompere il silenzio e raccontare la sua storia per aiutare chi si trova – o si è trovato – nella sua stessa situazione a fare i conti con il trauma subìto, e se possibile a superarlo. Nel suo caso l’orribile violenza, avvenuta nove mesi fa, il 1° settembre 2016, è durata diverse ore, e ha lasciato in lui una ferita tanto profonda da sembrare insanabile. “Lo stupro maschile è ancora un tabù – dice il giovane ai colleghi del Mirror – perché si pensa che a un uomo non possa capitare un’esperienza del genere: l’uomo è macho. Dopo che è successo a me, volevo solo togliermi la vita. Mi sentivo sporco e pieno di vergogna, pensavo che fosse colpa mia. Non avrei mai immaginato che qualcuno potesse stuprarmi. Era un rischio che non avevo mai messo in conto”. “Ora – aggiunge Sam – voglio aprire gli occhi agli altri uomini, rompere il silenzio che circonda questo reato e incoraggiare le vittime a parlare”.

Un incontro sfortunato
Sam, originario di Newark, nel Nottinghamshire, si era appena trasferito a Manchester con quella che allora era la sua ragazza. La sera della violenza era uscito con un amico d’infanzia, Brady Hutchings, 23 anni, e dopo aver girato per vari locali, separatosi da quest’ultimo, si era aggregato a un gruppo di sconosciuti per un “bicchierino” in un hotel. “Erano circa le tre di notte e per strada c’era tanta gente socievole. Un tizio mi si è avvicinato e mi ha chiesto se volevo ‘venire con noi a bere qualcosa’. Sembrava un’idea carina. Mi era già successo tante altre volte a Newark. La maggior parte dei miei amici li ho conosciuti così”. Fatto sta che poco dopo quel nuovo “gruppetto” si è disperso, e Sam si è ritrovato in una camera d’albergo con due sconosciuti. “Mi hanno fatto bere ancora – ricorda – . Non so se oltre all’alcol c’era qualcos’altro. A partire da quel momento i miei ricordi si fanno sbiaditi. Mi hanno tolto i jeans, ma io ho cercato di non dare importanza alla cosa. E’ stato quello l’errore. Mi hanno violentato a turno, in vari modi. E’ durato diverse ore”.

Sam è tornato a casa “barcollando”, con il corpo dolorante per le lesioni interne (e non solo) subìte, e in stato confusionale. “Ero sotto shock – dice col senno di poi – . Camminando mi sono reso conto di quello che mi era accaduto. Volevo buttarmi giù da un ponte. Non avevo più voglia di vivere”. “E’ stato solo il pensiero della mia famiglia – prosegue – e la consapevolezza della sofferenza che avrei provocato ai miei cari, a trattenermi dal compiere un gesto estremo”. Poi, dopo la confessione all’amico Brady e alla fidanzata, con la quale stava insieme da 18 mesi, il “crollo” e l’inizio di un lungo esaurimento nervoso. “Non riuscivo a smettere di piangere”, rammenta Sam. “Ero a pezzi. Loro mi hanno detto di andare alla Polizia. Volevo farmi una doccia, ma mi hanno detto che era meglio di no”.

Quell’incubo da superare
Sam ha seguito controvoglia il consiglio dell’amico e della fidanzata e, dando prova di ammirevole coraggio, è tornato sul luogo dell'”orrore” con gli agenti. Gli è stato detto che non avrebbe potuto farsi la doccia “per non compromettere le prove”. “Ho continuato a portare gli stessi vestiti con addosso la puzza di quei tipi. E’ stato terribile”. In tal modo, però, la Polizia è riuscita a effettuare tutti i rilievi necessari e, dopo qualche tempo, ha effettuato “alcuni arresti”. Ma nulla di più: il suo “caso” sembra essere finito in un vicolo cieco. Sam, invece, rivive giorno e notte l’incubo di quella maledetta sera. Le sue “turbe” hanno irrimediabilmente compromesso il rapporto con la fidanzata, e “ora il sesso non mi interessa più – confida – . Non so perché. Dicono che dopo uno stupro sia normale. La mia ragazza è un’altra vittima della violenza che ho subìto. A gennaio ci siamo lasciati”.

Sam ha cercato di concentrarsi sul suo lavoro di addetto alla selezione del personale, rischiando il burn-out per non pensare a quel che gli era successo, e pian piano, sebbene a fatica, sta riprendendo possesso della sua vita, grazie anche all’aiuto di uno psicologo. Nel frattempo si è anche dato al volontariato, con un’associazione di Manchester che assiste le vittime di violenze. “Prima che mi succedesse tutto questo – conclude – la mia preoccupazione principale, in una serata di svago, era quella di non perdere il portafoglio o il telefonino. Ora so che si corrono rischi ben più gravi. Ed è bene che tutti ne siano consapevoli”.

EDS