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Torino. Triste e ingiusta storia quella capitata ad un uomo di 57 anni ad Orbassano, da 19 anni alle dipendenze di un’azienda di vernici di cui era diventato il capo stabilimento. “Non scorderò mai la telefonata in cui mi dissero che ero malato. Dopo tre ore ero in ospedale a iniziare la chemio”, dichiara l’uomo costretto poi a mesi di cure, nausee, paura di morire. “Ho avuto pensieri devastanti, catastrofici. Niente di nuovo, non sono certo il primo. Non è questo che conta nella mia storia”, aggiunge commosso. Fortunatamente il suo corpo reagisce al meglio, le cure funzionano, le terapie si fanno meno aggressive e lui torna a stare bene, riprende pian piano anche a fare attività fisica anche se potrà considerarsi completamente guarito solo tra cinque anni. La cosa che più conta però, è che può tornare al lavoro. Avvisa così l’azienda: “Guardate che rientro”.

Gli dicono di fare la visita con il medico aziendale, il 25 settembre. Il dottore non ha nulla da obiettare e contento dichiara: “Non mi è mai stato dato il giudizio di idoneità, ma a voce mi disse che era tutto a posto”. Dall’azienda però gli dicono di attendere ancora un po’ e che gli faranno sapere. Sembra tutto normale, un dipendente malato che smette di lavorare, le cure, la guarigione e successivamente il reintegro in azienda. Ma non tutte le ciambelle vengono col buco. infatti, proprio nel giorno del suo compleanno, esattamente il 2 ottobre, gli arriva un regalo tanto inaspettato quanto poco gradito: riceve la raccomandata con cui viene licenziato. I motivi di salute non c’entrano: “La decisione si rende necessaria a causa dell’attuale situazione economica negativa del mercato di riferimento che ha colpito la società”, si legge. Secondo l’azienda, le materie prime costano di più, la fabbrica non crea più reddito, non ci sono segnali di ripresa, quindi bisogna riorganizzare l’organigramma. Come? E viene licenziato proprio lui? Da non crederci. L’ex capo stabilimento, a questo punto, non usa mezzi termini e va all’attacco: “Conosco quella fabbrica come le mie tasche, gli affari vanno benissimo. L’aumento delle materie prime è stato minimo, non può certo aver influito sulla redditività”. Lui non ha dubbi: “È un licenziamento discriminatorio, legato alla mia malattia”.

Ma a spingerlo a raccontare la sua storia è l’immensa rabbia e la situazione è aggravata anche da casi come quello della mamma licenziata dall’Ikea che lo rendono solidale. “Sono incazzato e stufo di vedere aziende che scrivono codici etici di 30 pagine e poi prendono a calci la dignità dei dipendenti. Mi hanno scippato il lavoro. Oggi una cosa del genere può capitare a chiunque”. Quindi inevitabile l’ultimo passaggio: l’uomo si è rivolto alla Filctem- Cgil, spiazzando di fatto l’azienda che non si aspettava tale procedimento. Dalla parte lesa anche il sindacalista Pino Furfaro che commenta così: “Questo licenziamento è doppiamente discriminatorio, perché colpisce una singola persona che per di più è malata e ancora in cura. Questa è l’ennesima prova di come il nuovo articolo 18 comporti un abbattimento netto dei diritti dei lavoratori”.  Di seguito il 57enne ha rispedito al mittente una proposta di conciliazione avanzata dall’azienda e ora farà ricorso al tribunale del lavoro: “Chiederò il reintegro, perché rivoglio il mio lavoro. Combatterò anche questa battaglia”.

GVR