Violato l’articolo 21 della Costituzione ma nessuno dice niente

    Prosegue senza sosta l’assurda e soprattutto infondata guerra a base di censure nei confronti dei siti del gruppo editoriale Web365 e in particolare della testata giornalistica Direttanews. Tutto è iniziato il 21 novembre scorso quando Buzz Feed, un sito di informazione internazionale, lancia un attacco feroce contro Web365 firmato da Alberto Nardelli nel quale viene scritto che Direttanews e Inews24, un altro sito del gruppo, propongono fake news, titoli sensazionalistici, articoli nazionalisti, estremisti e razzisti manipolando in qualche misterioso modo le menti degli italiani. Già qui si possono notare i primi elementi fuori posto e non corredati da prove. L’articolo infatti parla di 170 siti d’informazione, facendo quasi intendere che ci sia una sorta di rete criminale, mentre invece si tratta di 170 url (cosa ben diversa) registrati da un’azienda a conduzione famigliare, parla di fake news ed invece è stato poi dimostrato che nei siti del gruppo non è mai stata data una notizia falsa e infine parla di titoli clickbait e sensazionalistici per aumentare le visite sui siti, una cosa che, come scrive oggi Luca Donadel, è “ormai una consuetudine anche dei quotidiani mainstream media” e che comunque non veniva fatta in modo sistematico.

     Il problema è che c’è molto di più e quel di più va ricercato nella matrice politica di questo attacco. Incredibilmente dopo soltanto un’ora dalla pubblicazione di quel pezzo la pagina Facebook di Direttanews, che conta più di 3 milioni di Mi piace, viene chiusa, cancellata, annientata. Anni anni di lavoro e di investimenti non indifferenti del gruppo svaniscono con un solo clic. Una decisione che avviene senza alcun preavviso e senza possibilità d’appello. Una cosa incredibile se si pensa che “Web365 era “cliente” di Facebook avendo pianificato centinaia di migliaia di euro in pubblicità negli anni precedenti”.

    Come fece notare il direttore di Direttanews in un primo pezzo pubblicato in risposta all’accaduto si ha subito la sensazione che non si tratti di una semplice inchiesta giornalistica, ma di qualcosa di più ampio e organizzato. Pochi minuti dopo l’articolo di BuzzFeed il sito di Repubblica è prontissimo a riprendere la notizia e divulgarla in Italia. E poco dopo interviene guarda caso la politica. Prima Laura Boldrini che, anche lei senza fare alcuna verifica oggettiva dei fatti, si mostra compiaciuta per la decisione di Facebook di oscurare quelle pagine, complimentandosi pubblicamente con gli autori dell’articolo su BuzzFeed. E poi Renzi che prima pubblica un post sullo stesso tema e poi il 24 novembre durante la Leopolda esulta per la cancellazione di Direttanews. Peccato che commetta una clamorosa gaffe da quel palco poiché porta come esempio di fake news una notizia proposta da numerosi media internazionali e ripresa anche da altri giornali italiani, compresa Repubblica. Insomma che ci sia un disegno dietro appare evidente. Così come appare evidente che nessuno, consapevole che così si sarebbe svelato l’inganno, ha mai voluto fare un vero confronto con gli editori di Direttanews da sempre dichiaratisi pronti a dimostrare articoli alla mano l’infondatezza di quelle accuse.

    Nel frattempo Web365 ha fatto querela nei confronti di Repubblica e degli autori dell’articolo di BuzzFeed, ma nessuno ha ancora replicato come da prassi di solito prima di arrivare davanti ad un giudice. Così, mentre il tema fake news sul quale Renzi voleva basare la sua campagna elettorale si è ben presto sgonfiato poiché inconsistente e anzi ha rischiato di ritorcersi contro con la vicenda dei falsi account Twitter che parlavano del ritorno a casa dopo il terremoto, le pagine Facebook di Direttanews continuano a rimanere chiuse e addirittura a tutto ciò si aggiunge che Google Notizie ha bloccato anch’essa Direttanews “dopo anni di impegno per la corretta indicizzazione dei loro articoli sulla piattaforma di ricerca”.

    Tutto questo, come scrive oggi Donadel, implica “per un’impresa a gestione famigliare che vive di pubblicità sui siti, senza nessun appoggio politico e istituzionale, e soprattutto senza “forza” editoriale alle spalle come ad esempio GEDI (ex gruppo L’Espresso di De Benedetti) mettere seriamente a rischio la continuazione del progetto imprenditoriale con la reale possibilità di licenziamento (o di fine collaborazione) dei dipendenti della società”.

    E’ dunque bastato un articolo di Buzz Feed, sito che si occupa principalmente di gossip e articoli di dubbio gusto, a scatenare tutto questo? Si tratta di una censura mai vista prima in Italia che non può spiegarsi solo con quell’articolo. Dunque da chi è arrivata davvero la pressione a Facebook per la chiusura delle pagine? Chi ha fatto poi pressione a Google affinché rincarasse la dose?

    F.B.