“La città vecchia”, un capolavoro di Fabrizio de André. Nel giorno della tragedia del Ponte Morandi a Genova, il testo del cantautore assume ancor più significato

“La città vecchia”, uno dei tanti capolavori di Fabrizio De André. Ma proprio questa, oggi, nell’anniversario della tragedia del Ponte Morandi, assume un significato ancor più speciale. Pubblicato a novembre del 1965, De André, a ritmo di mazurca, racconta la vita di un popolo dimenticato che vive presso le aree povere e malfamate del porto di Genova.

“La città vecchia”, il significato

«Nei quartieri dove il Sole del buon Dio non dà i suoi raggi», cantava il cantatore genovese. Si trattava di un testo particolarmente caro all’uomo, in quanto riguardava gli oppressi e gli abbandonati. Strofe che rappresentavano la vita di un quartiere del centro storico di Genova, dove c’erano gli emarginati.

Prostitute, ladri, assassini e approfittatori senza scrupoli. Eppure De André chiede di non giudicare con il metro della legalità e della mentalità borghese, ma di provare pietà per quelle povere persone, le quali non sono altro che vittime della società e della storia.

Un testo che invita alla comprensione verso gli ultimi, col cantante che commentò il tutto così: ““Ho sempre pensato che ci sia ben poco merito nella virtù e poca colpa nell’errore, anche perchè non ho mai capito bene cosa sia la virtù e cosa sia l’errore”. E nella parte finale il messaggio è chiaro: “Se tu penserai e giudicherai da buon borgese, li condannerai a cinquemila anni più le spese. Ma se capirai, se li cercherai fino in fondo, se non sono gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo”.

Tutti quindi meritano rispetto e dignità, anche chi ha commesso errori e soprattutto chi è stato condannato dalla vita. Un tributo ai dimenticati: come le vittime del ponte della morte, le quali, 360 giorni dopo, ancora non hanno avuto né giustizia e né verità.