Maxime Mbanda, chi è il rugbista: carriera e successi, l’impegno sociale

Carriera e successi del rugbista azzurro Maxime Mbanda, chi è: il suo impegno sociale come volontario nella lotta al Coronavirus.

(Instagram)

Classe 1993, nato a Roma da padre congolese e madre italiana, Mata Maxime Esuite Mbanda, più semplicemente Maxime Mbanda, è uno dei punti di riferimento della nazionale italiana di rugby.  Da bambino si è trasferito a Milano e a 9 anni inizia a giocare nelle giovanili dell’Amatori Milano. Successivamente passa al Grande Milano e, nel 2012, all’Accademia Federale Ivan Francescato. Il suo primo grande successo è nel 2013, quando vinse in Cile il Trofeo World Rugby under-20 con la nazionale di categoria.

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L’impegno di Maxime Mbanda contro il Coronavirus

A fine stagione venne ingaggiato da Calvisano: l’esordio fu un botto, con due scudetti consecutivi e un Trofeo Eccellenza. Dal 2014 passa alle Zebre, franchise di Pro12 di base a Parma, entrando a far parte della rosa a tutti gli effetti nel 2016. A giugno dello stesso anno, per lui arriva la nazionale maggiore con il debutto a San José contro gli Stati Uniti. Il suo primo Sei Nazioni è nel 2017 e da allora è diventato titolare fisso nello schema della Nazionale di Rugby. Venti finora le sue presenze. Seguitissimo su Instagram, ha un profilo con oltre diecimila follower.

Durante l’emergenza Coronavirus, si è offerto come volontario alla Croce Gialla di Parma, praticamente subito. Nelle settimane del lockdown, ha inviato diversi appelli ai suoi colleghi sportivi affinché seguissero il suo esempio. Ha raccontato Maxime Mbanda: “Quando penso a quello che vedo nelle stanze della terapia intensiva, dico a me stesso che non posso essere stanco perché siamo in una situazione di piena emergenza. La paura è normale, ma ci sono delle piccole cose che possono essere fatte in sicurezza, che regalano a chi è in prima linea, parlo di medici, rianimatori e infermieri che lottano per salvare vite 24 ore al giorno, una mezzora o un’ora di riposo, che può essere cruciale. Sono qui e intendo rimanerci e andrò avanti finché ne avrò la forza”.

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Sono stati i 70 giorni più impegnativi della mia vita. Ho trasportato più di 100 pazienti, fatto turni massacranti dove pranzavo alla sera, perché non potevo togliermi quella tuta per non rischiare di contagiarmi finché non venivo sanificato. Mi sono fatto una promessa prima di entrare per la prima volta su un’ambulanza ed ho cercato di rispettarla. Durante il periodo più intenso ho pianto la sera, sfogandomi per quello che vedevo durante il giorno ed a cui non ero abituato, non riuscivo a prendere sonno la notte nonostante fossi distrutto e mi sono ritrovato anche a svegliarmi alle 3 del mattino tutto bagnato per poi scoprire che mi ero fatto la pipì addosso. Quella tuta è stata così tanto la mia seconda pelle in questi due mesi che una volta dopo ore di servizio (e per fortuna avevo finito l’ultimo trasporto della giornata) non sono riuscito a trattenermi e me la sono fatta sotto, di nuovo. Pensavo di avere problemi, stavo vivendo una seconda infanzia in pratica, ma semplicemente non stavo rispettando il mio corpo. Volevo essere in servizio il più possibile e mi sentivo addirittura in colpa quando non ero in Croce Gialla ad aiutare gli altri volontari. Detto questo, rifarei tutto dall’inizio. Anzi, ho ammesso più volte in questo periodo di essermi pentito di non aver iniziato prima e consiglierò d’ora in poi a chiunque di provare a svolgere dei servizi di volontariato e di cercare di percepire le emozioni che lascia, che sono imparagonabili con qualsiasi altra esperienza. È giusto pensare ai soldi ed alla sopravvivenza nella vita, ma a volte fare qualcosa senza pensare ad una retribuzione ma facendola partire dal cuore ha un sapore che per me è paragonabile a quello di un tiramisù, il mio dolce preferito. E spero che, chiunque mai si possa trovare a bussare alla porta di un’associazione, trovi dall’altro lato delle persone splendide che lo accolgano come una persona di famiglia come è stato per me qui in @seirs.crocegialla.parma ❤️

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