“Mademoiselle C”: recensione

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Carine Roitfeld è la redattrice di moda più conosciuta al mondo, insieme alla direttrice di Vogue America, Anna Wintour. È anche la più inaccessibile. Dopo dieci anni passati alla direzione di Vogue Paris, coronati di successi e di scandali di ogni genere, all’inizio del 2011 sbatte la porta del famoso rotocalco e parte per un viaggio verso quello che lei stessa definisce “la libertà”, e lancia la sua sfida più grande: creare una nuova rivista. La quintessenza della rivista di moda, la più chic, la più sorprendente, la più glamour, la più innovativa e che, naturalmente, porterà il suo nome, CR.

Moda, potere, modelle: tutti si ritrovano attorno alla più iconica delle redattrici di moda del mondo, alla più parigina, alla Torre Eiffel su un tacco 12: l’irreverente Mademoiselle C.

Ed è così che il documentario di Fabien Constant (che uscirà al cinema e nelle principali piattaforme VOD il prossimo 19 giugno) sull’ex modella e giornalista, stilista e fashion editor, nonché regina senza corona, propone un ritratto umano fatto di mera creatività. La musa di Tom Ford, infatti, tra shooting, riunioni e impegni vari, dà vita a una rivista in grado di rispecchiare la sua personalità e la forza del cambiamento, insito nel suo Dna.

La maestria nel narrare una storia per immagini, si mescola alla volontà di restituire all’icona del giornalismo e della moda francese, il ruolo di donna e madre. Così, attraverso diverse interviste e varie inquadrature sulle fasi di progettazione della nuova rivista, lo spettatore ha l’impressione di venir accolto nel magico mondo delle copertine patinate, in quell’universo di brio, lusso e lustro, che come asserisce la stessa Mademoiselle C. è riservato a pochi.

E allora l’incursione pubblica diventa un modo, seppur temporaneo, di notare da vicino quell’élite di gusto e stile, che non è affatto per tutti: è per le lobby di classe. Ma solo osservandola attentamente si possono cogliere gli aspetti positivi e negativi. Solo guardando con occhi guardinghi e curiosi, si possono analizzare i dettagli di quel mondo così vivido e onirico, e al contempo così di nicchia, come lo definisce la stessa Roitfeld, dove i backstage, le sfilate, gli atelier, e gli scatti fotografici si trasformano in una pura forma di video arte in movimento, ma anche in sfarzo pretenzioso e ambizioso.

E se vita e danza sono gli argomenti preferiti di Carine Roitfeld, perché costituiscono anche il fondamento primario di CR Fashion Book, la nascita di Romy, la nipotina, rappresenta l’incipit verso quella libertà tanto agognata, desiderata e ricercata e che a Vogue Paris non riusciva ad avere, perché a suo dire, si sentiva in gabbia. Ma quello che il documentario cela è il motivo per cui ha lasciato Vogue Paris, anche se riesce comunque a rendere coinvolgente il racconto di un’esistenza immersa nel modello umile di Coco Chanel.

Qui, infatti, i capricci dell’arrogante Miranda Priestly de Il diavolo veste Prada non sono neanche contemplati, perché Carine con tutta la sua eccentricità, resta comunque una donna semplice, che si rivela amabile e piena di grazia. Elegante, visionaria, ribelle, neoclassica, ma anche punk e premurosa. Ecco le sfaccettature di chi ama la moda e vive per la moda. E tra party, incontri con amici, spezzoni di vita quotidiana, set fotografici e riunioni di redazione, la macchina da presa indugia sul suo essere mamma, nonna, oltre che regina del lusso sfrenato.

Pertanto, al pubblico non resta altro che immergersi nel suo fatato mondo e ammirarne la bellezza, che non è dovuta ai suoi mille lustrini… è un prodigio del tutto umano, perché è deriva da una donna, dalla sua caparbietà, e dalla sua candida tenerezza.

Silvia Casini