Milano, il Jobs Act manda a casa 186 persone

Call center
(FINDLAY KEMBER/Getty Images)

Renzi e il suo Jobs Act prevedevano l’assunzione di molte persone grazie alle agevolazioni previste. E in effetti anche in questa storia di assunzioni ce ne saranno. Ma allo stesso tempo, sempre grazie al Jobs Act, 186 persone sono state licenziate.

Parliamo del call center Call&Call Milano srl, società che si trova a Cinisello Balsamo, a Milano, e si occupa dei servizi di customer care per Ing Direct, Agos Ducato e Fiditalia. Quanto sta succedendo è stato denunciato dai principali sindacati del settore: Cgil, Cisl e Uil. La Call&Call, infatti, ha approfittato delle nuove agevolazioni per assumere personale nel Centro e nel Sud dell’Italia, tra Roma e la Calabria, per raggiungere un doppio obiettivo: prendere giovani con contratti meno costosi e più flessibili e ottenere gli sgravi fiscali del governo. Per fare ciò però, come vi abbiamo accennato, ha deciso di licenziare 186 persone a Milano.

La Call&Call è una società attiva nel settore comunicazioni dal 2002, la sua sede principale – dove tutt’ora risiede la holding – è sempre stata Cinisello Balsamo, da dove poi si è espansa in tutto il territorio nazionale con 2.500 dipendenti. Eppure, il 10 aprile scorso, il cda ha preso la decisione non poco contestata  di licenziare collettivamente tutti quei dipendenti per appunto chiudere il sito di lavoro.  La notizia, comunque, non è del tutto inaspettata, considerato che il personale di Cinisello è da luglio 2014 che opera con contratti di solidarietà. “Ma con una mossa spregiudicata — dice Sara Rubino (Slc Cgil) — la proprietà, senza aver mai comunicato le difficoltà legate alla gestione del contratto di solidarietà, ha dirottato parte del flusso di lavoro su altre sedi del gruppo, anche assumendo nuovo personale con il contratto a tutele crescenti e senza averci dato risposte rispetto a ciò che già vedevamo e di cui chiedevamo informazioni”.

Ciò che non torna leggendo queste informazioni è il fatto che – a rigor di logica – se una società si dichiara in crisi e decide di effettuare un licenziamento collettivo, permesso dalla legge 223, non può contestualmente assumere nuovo personale in un sito diverso. “Il sistema sta in piedi perché Call&Call ha costituito più società, come in un gioco di scatole cinesi: c’è Call&Call Milano srl, Call&Call La Spezia srl, Call&Call Lokroi srl”, spiega Adriano Gnani (Uilcom Uil). Ecco il motivo per il quale la Call&Call Milano può risultare effettivamente sull’orlo del fallimento a causa di una perdita annuale di 500mila euro per “Colpa dei costi eccessivi del lavoro, secondo l’azienda. Questo nonostante lo stipendio medio degli operatori sia sui 1.200 euro mensili, che però con i nuovi assunti possono scendere a 1.000”.

Dal canto suo la holding, coperta dalla legge, si giustifica affermando che “negli ultimi anni ci sono state perdite di esercizio significative non più sostenibili a seguito di un calo delle commesse e in presenza di costi generali incompatibili con il nuovo contesto di mercato, soprattutto per una fra le pochissime imprese del settore che ha scelto di non spostare lavoro italiano in offshoring e, dunque, non ha potuto mediare l’incidenza del costo del lavoro ricorrendo alla delocalizzazione. Da qui la necessità non più rinviabile di attivare la procedura di mobilità, trattandosi di una situazione strutturale e non congiunturale”. La prima reazione dei dipendenti è stato lo sciopero. Adesso l’intenzione è di passare ad una mossa più seria denunciando le azioni della Call&Call come un’ingiustizia verso la società nel suo complesso.

BT