Addio a Elsa Martinelli, la diva che incantò l’America

Elsa Martinelli (Franco Origlia/Getty Images)

Si è spenta a Roma a 82 anni, nella sua casa di via Flaminia, l’attrice Elsa Martinelli. A dare la triste notizia fonti vicine alla famiglia. Nata nel 1935 a Grosseto, era malata da tempo. Era stata scoperta da Kirk Douglas e aveva lavorato con tutti i grandi del cinema, da Orson Welles a Mario Monicelli, da Roger Vadim ad Alberto Lattuada. Elsa Martinelli lascia la figlia Cristiana, che insieme ai nipoti e alla famiglia era oggi al suo capezzale. I funerali si terranno a Roma, martedì 11 luglio alle ore 11 nella chiesa di S. Maria del Popolo.

Quella di Elsa Martinelli è una “favola” che ricorda molto da vicino quella di Cenerentola. Questa ragazza di Grosseto, settima di otto figli, con un padre ferroviere e una madre casalinga, seppe costruirsi con naturalezza un’aura di eleganza e di sobria eccezionalità, tanto diversa dalle belle italiane della sua generazione, quella delle “maggiorate”. Fu Gary Cooper ad accoglierla bevendo champagne in una scarpa della giovane “diva” come atto d’omaggio. Mentre il suo ingresso nel jet-set avvenne grazie al sarto Roberto Cappucci, che la notò in una boutique di Via Frattina a Roma e subito la volle come mannequin per le sue sfilate. Nel 1957, poi, il matrimonio aristocratico con il conte Franco Mancinelli Scotti di San Vito, padre della sua unica figlia, Cristiana.

La carriera di una donna speciale
Nata il 30 gennaio 1935, magra, slanciata (era alta 1.76), capace di atteggiamenti da maschiaccio e portamento da gran dama, assomigliava più all’idea di divismo di Audrey Hepburn che alle Miss Italia anni ’50. Le prime apparizioni nel mondo del cinema risalgono al ’53 con “Se vincessi cento milioni” di Carlo Campogalliani e al ’54 con “L’uomo e il diavolo” di Autant-Lara da Stendhal. Poi l’approdo sulle pagine della rivista Life e il fortunato incontro con Kirk Douglas, suo pigmalione per “Il cacciatore di indiani” di André de Toth del ’55. Con testardaggine e quello spirito allegro quanto anticonformista, Elsa Martinelli si fece immediatamente adottare dalla comunità dello star system. Piacque a registi e produttori, trovò in John Wayne un ammiratore tanto discreto quanto convinto (furono poi insieme in “Hatari” di Howard Hawks) e in Frank Sinatra un amante tanto passeggero quanto entusiasta.

Dopo il ritorno in Italia l’inizio della collaborazione con Mario Monicelli che le proponeva un ruolo da protagonista in “Donatella”. Scelta felice poiché il film, presentato al festival di Berlino, le valse il premio come migliore attrice. A quell’exploit fecero seguito “La risaia di Matarazzo”, titoli amati dal pubblico e soprattutto l’ambizioso, pasoliniano “La notte brava” di Mauro Bolognini (1959) e il più delicato “Un amore a Roma” di Dino Risi. Negli anni ’60 le prime incursioni nel grande cinema d’autore internazionale che allora viveva il momento di massimo splendore: con Roger Vadim (“Il sangue e la rosa”, 1960), Orson Welles (“Il processo”, 1962), Henry Hathaway (“Il grande safari”, 1963), Elio Petri (“La decima vittima”, a fianco di Marcello Mastroianni nel film meno italiano del regista), fino a “L’amica” di Alberto Lattuada, 1969).

Poi, negli anni ’70, una fase di progressivo allontanamento dall’obiettivo del cinema in favore della televisione (con l’eccezione del suo bellissimo personaggio per “Il garofano rosso” di Luigi Faccini nel 1976). In questo periodo Elsa Martinelli frequenta il jet-set internazionale, incide un disco come cantante, è giornalista brillante e acuta, sposa in seconde nozze il fotografo e designer Willy Rizzo nel 1968, nel 1971 presenta addirittura il festival di Sanremo. Insomma, si accredita come vera “ambasciatrice” italiana per gli States.

Nel 2004 il tanto atteso ritorno come attrice per la terza stagione della mini-serie “Orgoglio”, in un ruolo da perfida tessitrice di intrighi che le calzava a pennello nonostante un carattere invece solare e dolce: “Del resto col mio fisico – disse – avrei mai potuto impersonare una vecchina che fa la calza”? Elsa Martinelli amava vivere, non ha mai fatto mistero del suo carattere passionale e focoso, viveva nella sua bella casa vicino Piazza del Popolo ed è stata fino all’ultimo un’icona e una gran dama dal portamento e dall’eleganza innata, sensuale e seduttrice, ironica e tagliente ma mai cattiva nei giudizi. Nel firmamento delle grandi dive italiane ha saputo ritagliarsi un posto senza eguali, e oggi chi l’ha amata piange una donna che seppe sempre precorrere  tempi e guardare al passato con affetto, ma senza inutili nostalgie.

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