Nucleare, l’ accordo iraniano e i conflitti tra Oriente e Occidente

La scorsa settimana ha registrato un’ improvvisa accelerazione nella crisi nucleare iraniana, con il raggiungimento di un accordo fra Turchia, Brasile e Iran per il trasferimento all’ estero di una parte consistente dell’uranio arricchito in possesso di Teheran, a cui ha fatto seguito, ad appena un giorno di distanza, l’ annuncio americano dell’ imminente presentazione, con il consenso di Russia e Cina, di una nuova bozza di risoluzione al Consiglio di Sicurezza dell’ ONU per l’ imposizione di ulteriori sanzioni a Teheran.

L’ annuncio americano ha rappresentato una doccia fredda per coloro che in molte parti del mondo (ad eccezione dell’Occidente) avevano salutato l’ accordo concluso a Teheran dal primo ministro turco Erdogan e dal presidente brasiliano Lula da Silva come una svolta inaspettatamente positiva e come un buon punto di partenza per intavolare un dialogo finalmente costruttivo volto a dare una soluzione negoziata alla crisi nucleare iraniana.

Per coloro che avevano giudicato positivamente l’ accordo, esso aveva una doppia valenza: in primo luogo, era il frutto della capacità di Brasile e Turchia di introdurre un elemento che era drammaticamente mancato nei negoziati precedenti, quello della fiducia reciproca; ed in secondo luogo, essendo il coronamento degli sforzi diplomatici di due potenze emergenti, esso lasciava presagire una nuova era in cui la diplomazia non sarebbe più stata esclusivo appannaggio delle grandi potenze, e l’ unilateralismo avrebbe lasciato spazio al multilateralismo.

Le parole del segretario di stato americano Hillary Clinton – la quale, pur riconoscendo “i sinceri sforzi di Turchia e Brasile”, annunciava nuove sanzioni per Teheran – hanno fornito un’ immediata rivincita a coloro che (soprattutto in Occidente) hanno criticato l’ accordo ritenendolo del tutto insufficiente. In base ad esso, infatti, l’ Iran resta comunque in possesso di una quantità assolutamente non trascurabile di uranio a basso arricchimento (arricchito al 3,5%). Inoltre, Teheran ha ribadito di voler continuare ad arricchire l’uranio al 20% (per produrre un ordigno nucleare è necessario uranio arricchito al 90%, ma il processo di arricchimento dal 20 al 90% è molto più rapido di quello dal 3,5 al 20%).

A questo punto, per valutare meglio gli aspetti positivi e negativi dell’ accordo, è necessario soffermarsi un po’ più in dettaglio sulle osservazioni fatte da alcuni analisti ed esperti. Essi sono concordi nel ritenere che l’accordo ottenuto da Turchia e Brasile non elimini il timore che l’Iran possa tentare di costruire una bomba atomica, qualora intendesse farlo. Il fatto che l’Iran rimanga in possesso di una notevole quantità di combustibile nucleare e continui a portare avanti il processo di arricchimento implica che Teheran, anche rispettando l’accordo stipulato con Turchia e Brasile, in linea di principio non si preclude questa opzione.

L’accordo, che è ricalcato su una precedente bozza presentata dalla stessa amministrazione Obama a Teheran lo scorso ottobre, ha tuttavia l’obiettivo primario di ricostruire un clima di fiducia, nel quale sia possibile portare avanti un negoziato, e non di eliminare una volta per tutte il rischio che il programma nucleare iraniano possa avere scopi militari.

Ci sono però alcuni elementi che, a giudizio di Washington, non sono sufficienti neanche a ristabilire questo clima di fiducia. In primo luogo, la situazione è cambiata dallo scorso ottobre, poiché l’Iran ha portato avanti il processo di arricchimento al 3,5% e dunque è attualmente in possesso di una maggiore quantità di uranio a basso arricchimento rispetto ad alcuni mesi fa. Inoltre l’accordo, che prevede che l’Iran ceda parte di questo uranio per ricevere in cambio combustibile nucleare solido arricchito al 20% – utilizzabile in un reattore finalizzato alla ricerca medica, ma di fatto inservibile a scopi militari – in linea di principio renderebbe superfluo lo sforzo di Teheran di arricchire l’uranio al 20% (il combustibile per far funzionare il reattore di ricerca iraniano verrebbe infatti fornito dall’estero, e Teheran non avrebbe bisogno di produrlo in casa propria). Ma gli iraniani hanno detto di voler continuare a portare avanti l’arricchimento al 20%.

Qui entra in gioco un elemento fondamentale nel braccio di ferro tra l’Iran e l’Occidente: la rivendicazione iraniana del diritto di arricchire l’uranio in territorio iraniano. Washington e i paesi occidentali di fatto si rifiutano di riconoscere questo diritto a Teheran, motivando questo loro rifiuto con il timore di una possibile deriva bellica del programma nucleare iraniano. Teheran, dal canto suo, afferma che il proprio programma nucleare ha scopi esclusivamente pacifici e ribadisce che il diritto di arricchire l’uranio è un diritto sancito dal Trattato di Non Proliferazione.

Si ritorna dunque ad uno degli elementi chiave che hanno caratterizzato finora l’ impasse nucleare fra l’Iran e l’Occidente: la totale assenza di fiducia reciproca. A coloro che affermano che l’accordo turco-brasiliano non fornisce sufficienti garanzie all’Occidente, hanno risposto alcuni fra quelli che invece considerano quest’intesa un importante passo avanti, affermando che è necessario che anche l’Iran ottenga a sua volta sufficienti garanzie da parte dell’Occidente.

Per comprendere questo fatto bisogna ricordarsi che l’ostilità tra Washington e la Repubblica Islamica iraniana risale ai primissimi anni di quest’ ultima. L’ Iran è un paese che subisce da decenni le sanzioni di Washington, e che è assediato dalla presenza militare americana nella regione. Washington ha un ingente dispiegamento di forze in due paesi confinanti con Teheran – l’ Iraq e l’ Afghanistan – e nel Golfo Persico. Inoltre Israele ha più volte minacciato di bombardare l’ Iran (ricevendo a sua volta minacce da parte del regime iraniano).

Nel contesto del pluridecennale isolamento internazionale di Teheran, il programma nucleare ha innanzitutto una fortissima valenza simbolica per gli iraniani. Si potrebbe dire che è una questione di orgoglio nazionale. Inoltre, sebbene non vi siano prove incontrovertibili che il programma nucleare iraniano sia finalizzato all’uso bellico, sembra abbastanza evidente che il regime di Teheran non voglia precludersi quest’opzione, e vi sono segnali convincenti che indicano che, più l’Iran viene isolato ed emarginato, e più esso sarà tentato di estendere il proprio programma nucleare anche all’ambito militare (in questo caso l’arma atomica sarebbe vista dal regime in primo luogo come uno strumento di deterrenza ed un mezzo per garantire la propria sopravvivenza).

Non vi è dubbio che un Iran in possesso di armi atomiche sarebbe fortemente tentato di “fare la voce grossa” con i paesi vicini, ed utilizzerebbe il suo status di potenza nucleare per rafforzare la propria influenza nella regione, ma la strada che Teheran dovrebbe percorrere per giungere a questo obiettivo è ancora lunga e piena di insidie per il regime iraniano.

Alcuni commentatori iraniani hanno messo in evidenza come l’accordo mediato dal Brasile e dalla Turchia abbia incontrato per la prima volta la tacita approvazione anche delle frange più intransigenti del panorama politico iraniano. Non bisogna dimenticare che l’analogo accordo proposto all’Iran lo scorso ottobre fu boicottato da figure vicine alla Guida suprema Ali Khamenei, sebbene fosse appoggiato dal presidente Ahmadinejad. Fino alla scorsa settimana, i più stretti collaboratori di Khamenei erano sempre stati contrari a qualsiasi scambio di combustibile nucleare che avvenisse al di fuori del territorio iraniano. E non è detto che nei prossimi giorni o nelle prossime settimane i responsabili iraniani non tornino sui propri passi, come hanno già fatto in passato, eventualmente anche spinti dal fatto che nuove sanzioni nei confronti di Teheran appaiono in ogni caso difficilmente evitabili.

Anche sulla base di questo dato, diversi osservatori (sempre al di fuori del mondo occidentale) hanno criticato la scelta di tempo dell’amministrazione americana per annunciare nuove sanzioni contro Teheran, definendola un chiaro tentativo di impedire ad ogni costo il dialogo. Ovviamente, la risposta della maggior parte degli analisti occidentali è che Teheran questa volta avrebbe accettato l’accordo proprio per evitare nuove sanzioni e per continuare a guadagnare tempo.

Tuttavia la risposta di Washington è apparsa oltremodo dura, in primo luogo ai due paesi che hanno mediato l’accordo. La decisione della Casa Bianca di mobilitarsi per far approvare un quarto round di sanzioni internazionali contro Teheran, senza neanche soffermarsi ad esaminare più a fondo le possibili implicazioni di questo accordo, è apparsa a molti come un’ennesima dimostrazione dell’unilateralismo americano e del disprezzo per le iniziative diplomatiche di altri paesi. Ancora una volta, secondo costoro, Obama non ha dato seguito alle sue promesse di un mondo maggiormente improntato al multilateralismo.

In Turchia non sono affatto piaciuti i commenti fatti in Occidente, secondo cui nel migliore dei casi Ankara e Brasilia sarebbero state raggirate da Teheran. Secondo diversi osservatori turchi, Ankara semmai sarebbe stata imbrogliata dalla Casa Bianca la quale aveva inizialmente incoraggiato gli sforzi del governo turco, forse nella convinzione che sarebbero falliti.

Sui giornali non occidentali è comunque opinione diffusa che l’egemonia dell’Occidente sulla gestione delle questioni internazionali stia giungendo alla fine. Del resto, l’immagine del presidente del Brasile – il principale alleato USA in Sudamerica – e del primo ministro della Turchia – l’avamposto della NATO in Medio Oriente, e la spina nel fianco dell’Unione Sovietica ai tempi della Guerra Fredda – che stringevano la mano al presidente iraniano Ahmadinejad e festeggiavano insieme il loro successo diplomatico ha suscitato un’enorme impressione anche negli Stati Uniti.

La ferma dichiarazione del segretario di stato Hillary Clinton il giorno successivo – che, rivelando l’intenzione di presentare all’ONU una nuova bozza di risoluzione contro l’Iran, ha ostentatamente annunciato l’appoggio di Russia e Cina alla mossa americana – ha certamente avuto un forte impatto mediatico, e lì per lì ha spinto alcuni a convincersi che la fine dell’egemonia americana ed occidentale non fosse poi così imminente.

Ma se si guarda al di là degli annunci mediatici, e si esamina più a fondo la sostanza delle cose, questa convinzione potrebbe rivelarsi un’illusione di breve durata. L’appoggio che Washington è riuscito ad ottenere da Mosca e Pechino è infatti un appoggio estremamente condizionato. In sostanza, Russia e Cina hanno accettato una versione estremamente diluita di nuove sanzioni. In altre parole: via libera alle sanzioni, purché non interferiscano con gli interessi economici di russi e cinesi.

Ed è così che i russi completeranno ad agosto la costruzione della centrale nucleare iraniana di Bushehr, e continueranno a vendere armi alla Repubblica Islamica. La scorsa settimana l’amministrazione Obama ha abrogato le sanzioni precedentemente imposte a istituzioni russe accusate di fornire all’Iran tecnologia militare e nucleare. Nel frattempo, le più importanti compagnie petrolifere cinesi continueranno a portare avanti in Iran progetti del valore di svariati miliardi di dollari.

Gli interessi russi in Iran sono certamente inferiori a quelli cinesi, e – secondo alcuni – i rapporti di Mosca con Washington starebbero diventando più importanti di quelli che il Cremlino intrattiene con Teheran. Ma i russi in questo momento stanno più che altro puntando su Obama, e sulla sua capacità di evitare un attacco militare all’Iran; se la stella di Obama dovesse tramontare in America, la posizione russa potrebbe nuovamente cambiare.

Quella di un attacco all’Iran è infatti sia per la Russia che per la Cina una linea rossa che non può essere oltrepassata. Per il resto, le sanzioni non sono un grande problema né per Mosca né per Pechino, nella misura in cui non ledono i loro interessi. Anzi, secondo alcuni osservatori, l’isolamento imposto dall’Occidente all’Iran è addirittura vantaggioso per i due giganti eurasiatici. L’embargo occidentale tiene le esportazioni energetiche iraniane lontane dai mercati europei, evitando così che entrino in competizione con quelle russe, e facendo in modo che si dirigano piuttosto verso la Cina.

Un discorso analogo vale per gli scambi commerciali e le transazioni finanziarie. Un regime di sanzioni inefficace permette all’Iran di orientarsi verso mercati alternativi a quelli occidentali, contenendo le perdite, e permettendo ad altri paesi di beneficiarne. Anche questo è un sintomo di un nascente mondo multipolare. Qualche decennio fa, tutto questo non sarebbe stato possibile, ma in un mondo in cui il centro economico e finanziario si sta progressivamente spostando da ovest a est, l’Occidente non ha più il controllo dei mercati globali, e l’assenza di sanzioni internazionali efficaci fa sì che le sanzioni unilaterali degli USA e dell’Europa abbiano un impatto limitato.

Inoltre, anche se gli Stati Uniti avranno l’appoggio di Russia e Cina al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, è improbabile che riescano ad ottenere un’approvazione all’unanimità delle nuove sanzioni, visto che del Consiglio sono attualmente membri non permanenti proprio il Brasile e la Turchia, i due artefici del recente accordo nucleare con Teheran (dai quali ci si può attendere al massimo un’astensione). Un altro membro non permanente è il Libano, attualmente guidato da un governo di cui fa parte Hezbollah, che notoriamente è uno stretto alleato di Teheran. Dunque, anche da parte di Beirut non ci si potrà attendere un sostegno alla risoluzione promossa dagli USA.

Delle sanzioni poco incisive, approvate in assenza di una forte coalizione internazionale che le supporti, sono inevitabilmente destinate a fallire. Proprio in questo fatto molti osservatori ritengono di individuare un sintomo del declino dell’egemonia americana, che non è in grado di mobilitare il mondo a sostegno della propria linea politica. A ciò si accompagna il declino dell’Europa, che all’irrilevanza politica sta affiancando una grave crisi economica.

Il mondo multipolare che sta emergendo in sostituzione del vecchio ordine mondiale non è però molto più equilibrato, e sembra essere piuttosto portatore di nuove incertezze. Non esiste alcun coordinamento fra le potenze emergenti. Il gruppo che compone il cosiddetto BRIC (Brasile, Russia, India e Cina), di cui si fa un gran parlare ultimamente, non è accomunato da alcuna convergenza in materia di scelte politiche ed economiche. Se il vecchio ordine sta tramontando, il nuovo è ancora di là da venire.

La crisi nucleare iraniana si pone al centro di questo panorama di incertezza. I protagonisti che hanno determinato gli sviluppi di questi giorni sono mossi in gran parte da interessi nazionali, e sono scarsamente coordinati fra loro. Il Brasile, che ha anch’esso un proprio contenzioso con l’AIEA (anche se di minore entità) ed è accusato da alcuni di seguire a sua volta una politica nucleare non del tutto trasparente, è mosso dall’ambizione di essere ammesso come membro permanente al Consiglio di Sicurezza dell’ONU; la Turchia è spinta da interessi economici e da preoccupazioni regionali, essendo un vicino dell’Iran; essa sta colmando il vuoto politico lasciato dai regimi arabi in Medio Oriente, i quali non sono stati in grado di formulare alcuna politica comune; Russia e Cina sostengono un mondo multipolare nella misura in cui quest’ultimo è alternativo all’unipolarismo americano, ma in realtà si oppongono a loro volta all’emergere di nuovi attori a livello internazionale (così come all’inclusione di nuovi membri permanenti nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU). Secondo alcuni, sarebbe fra l’altro proprio questo uno dei motivi per cui Mosca e Pechino hanno preferito non dar peso all’accordo raggiunto da Brasile e Turchia.

L’Iran, che non ha un’alleanza organica con nessuno di questi paesi, si muove come un equilibrista sul filo degli interessi economici condivisi e degli antagonismi internazionali, assumendosi enormi rischi.

L’ amministrazione Obama, rinunciando ad aprire un dialogo a tutto campo con Teheran ha scartato forse l’unica possibilità che aveva di condurre effettivamente il gioco nella questione nucleare iraniana. Tuttavia, la debolezza e l’indecisione americana è anche conseguenza della debolezza interna di Obama, il quale deve confrontarsi con un Congresso che preme per un atteggiamento più intransigente nei confronti di Teheran (senza rendersi conto che gli USA, alle prese con la crisi economica e con impegni militari che hanno stremato la macchina bellica americana, non hanno la forza per imporre una linea più severa).

Israele, altro elemento chiave nel panorama della crisi nucleare iraniana, preme a sua volta per una linea dura, ma deve scontrarsi con il fatto che, almeno per il momento, gli USA non hanno né la possibilità né la volontà di attaccare militarmente l’Iran. Tel Aviv vorrebbe perlomeno l’applicazione di sanzioni dure, ma si rende conto che non otterrà neanche questo. D’altra parte, di fronte alla prospettiva di colpire militarmente l’Iran senza l’appoggio logistico e il consenso di Washington, sembra che la determinazione di buona parte dell’establishment israeliano stia vacillando.

Il risultato è che la questione iraniana è dominata dall’incertezza, in assenza di qualsiasi strategia chiara e di qualsiasi reale coordinamento a livello internazionale.

Medarabnews.com