Reportage Thailandia, un campo profughi al confine con la Birmania

Capanne di teak del campo di Mae La - Foto: A Bernardi

Mae La non esiste sulle carte geografiche. L’unica mappa che riporta questo nome è fornita dall’agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite (UNHCR). Al posto del solito cerchio che indica il centro di un Paese c’è disegnata una tenda. Una delle tante che si vedono sulle piantine delle Organizzazioni umanitarie se si segue la linea di confine a Nord-Est della Thailandia, sul confine con la Birmania.

Il cartello all’ingresso recita “Mae La tempolary shelter area” (Mae La area di rifugio temporaneo). Una ironica dicitura, dove temporaneo è anche scritto sbagliato, se si pensa che molte persone vivono oramai in questo posto da oltre 15 anni. Un lembo di terra che accoglie i profughi in fuga dal Myanmar (ex Birmania, ndr), dove secondo molti analisti è tuttora in atto la più lunga guerra civile al mondo. Oltre 37mila birmani, per la maggior parte di etnia Karen, si riparano in una gabbia grande poco più di 4 chilometri quadrati. Sono scappati dal Paese per sfuggire alle violenze del governo militare di Pyinmana, che da oltre 60 anni perseguita e insanguina i villaggi da cui provengono. Di loro nessuno parla. Non hanno le prime pagine della stampa internazionale. Una visita di Angelina Jolie nel marzo 2009. Qualche comunicato delle Nazioni Unite per ricordare come la situazione non sia delle migliori e poco più.

Il filo spinato divide la strada asfaltata che corre in mezzo alla foresta dalla città di Mae Sot fino al confine birmano, a meno di 4 chilometri. Arrivando in auto, l’unico mezzo di trasporto per raggiungere queste aree remote del Paese, si vedono spuntare casette di paglia che si mescolano in armonia con i colori verdi della foresta. Su per le colline si arrampicano, una attaccata all’altra, capanne costruite con foglie di teak e bambù.

Gli uomini in divisa che sorvegliano l’accesso al campo mi spiegano sorridenti che non è possibilie entrare, se non con uno speciale permesso rilasciato dall’Onu a Bangkok. Non cedono alla mia insistenza. Camminando lungo il ciglio della strada molti ragazzini mi corrono dietro pronunciando qualche parola in inglese. Oggi saranno loro i miei “pass” per l’ingresso a Mae La.

Un varco nel filo spinato di recinzione mi conduce nella cruda realtà di questo campo. Le case in sintonia con la natura lascia subito spazio alla miseria. Mae La è forse il più grande labirinto che abbia mai visto. Le piccole baracche di 4-5 metri quadrati sono una attaccata all’altra e ospitano famiglie intere in un’unica stanza. Non esistono sistemi fogniari. Gli unici servizi a disposizione sono stati costruiti dai volontari delle Ong che dal lunedì al venerdì lavorano all’interno dell’accampamento e offrono assistenza agli abitanti. I bambini giocano, urlano e corrono scalzi per le viuzze polverose. È domenica e mentre i più grandi pregano nella chiesa di legno, a fianco i ragazzini giocano scalzi in mutande dento ad una pozza di fango.

Al termine dell’omelia i fedeli che tornano all’esterno mi accolgono calorosamente. “Qui ci sono una decine di piccole chiese – mi spiega il parroco. Ci sono i latini, i protestanti. Insomma, siamo tutti rappresentati”. Poco distante c’è anche la moschea e in cima ad una delle alture il Tempio buddista. Non ci sono grandi difficoltà di convivenza tra le varie appartenenze religiose. Ma ogni tanto “si crea qualche problema e qualcuno alza le mani. Niente di più”, sottolinea.

La maggior parte delle case poggia su grandi pezzi di legno e si alzano come palafitte per qualche metro. “Quando piove per molto tempo – racconta Chiamniam – qui non si riesce a camminare. Per questo sono quasi tutte rialzate le case. Sotto ci sono i nostri animali”. In un “Paese” dove l’economia è inesistente, l’unica fonte di sostentamento sono galline e maiali. “Vivo qui da 9 anni – racconta ancora Chiamniam – ho moglie e tre figli ma non un lavoro. O perlomeno un lavoro stabile. Qualche anno fa il governo thailandese mi ha rilasciato un foglio per potermi spostare dal campo. Ma non sono mai andato oltre Mae Sot. Non ho abbastanza soldi. Il pick-up costa 40 bath (circa 1 euro) e non è facile poter andare tutti i giorni in città”.

Mae Sot dista poco più di 60 chilometri. I profughi che sono riusciti ad ottenere la “carta di identità” thailandese vanno per vendere i loro prodotti al mercato.Brahmajetas è di ritorno proprio dalla città. “Niente business – mi dice sorridendo mentre in spalla ha un grosso sacco bianco con dentro verdure – sono stato in città per 2 giorni e ho guadagnato 100 bath. I soldi che mi sono serviti per andare e tornare”. La moglie lo aspetta seduta dentro la capanna di teak con un bicchiere di thè caldo pronto e i bambini gli saltano adosso contenti di rivederlo. “Cosa posso fare per i miei figli – mi dice sconsolato – Viviamo qui da 15 anni. I miei bambini sono nati e cresciuti in questo campo. Studiano nelle scuole dell’Onu, parlano anche un po’ di inglese. Adesso sto insegnando loro il thai. Almeno, magari ,un giorno potranno andarsene da qui”. Il governo thailandese rilascia permessi soltanto ai rifugiati che parlano thai. Vicino alla sua casa c’è una piccola scuola. Nel villaggio ci sono una cinquantina di strutture per l’attività scolastica, dagli asili alle superiori. E ci studiano migliaia di bambini. Qualche Ong offre anche corsi di specializzazione.

Poco più in basso c’è un piccolo torrente. Due ragazze stanno facendo la doccia avvolte in grandi scialli neri sedute per terra. Da una specie di pozzo raccolgono con secchi di metallo l’acqua e se la versano addosso. Non usano shampoo e balsamo, ma come tutte le ragazze della loro età, si pettinano a vicenda con cura, utilizzando una spazzola artigianale in legno. Poco più in la una bambina è impegnata ad insaponare e sciacquare i panni nel piccolo torrente. Un bambino aiuta il papà a trasportare le canne di bambù che ha appena tagliato. Sta “ristrutturando” l’interno della sua casa. O perlomeno, fa quel che può.

La noia sembra in qualche caso farla da padrona. Vivere in queste condizioni, senza prospettive di una vita migliore porta spesso a problemi. “Li ci vive un uomo – racconta un ragazzo – che è sempre ubriaco e ogni sera crea problemi”. Per molte persone l’alcool sembra essere la via di fuga alle difficoltà. Il ragazzo sottolinea che non è l’unico ad avere problemi di questo tipo. All’interno della struttura sono stati creati spazi per donne e bambini vittime della violenza dei mariti un po’ alticci. “Quelli della sicurezza interna – spiega un po’ ironicamente – hanno un bel lavoro da fare”. È si, non deve essere facile far andare tutti d’accordo. Soprattutto quando la disperazione prende il sopravvento, in una prigione a cielo aperto di pochi chilometri quadrati come questa e affollata all’inverosimile.

Ma la speranza di una vita migliore c’è. Anche se poi, spesso, è accompagnata da momenti di sconforto e depressione. “Mi piacerebbe poter vivere in Birmania – dice Candrakirti, un ragazzo che indossa una maglietta sbiadita del Real Madrid – ma non posso. Per questo mi piacerebbe andare in Australia. Sto anche imparando l’inglese”. Per adesso però, è ancora a Mae La.

Tutti sperano una casa e una vita normale. E in fondo non importa così tanto se in Birmania o da un’altra parte. L’importante è che il nuovo posto non si chiami più “Temporal shelter area”.

Mentre risalgo la collina tutti mi salutano e alle mie spalle rimane un popolo di persone che ha perso tutto. Tranne la sua forza e la sua dignità.

Andrea Bernardi – Unimondo.org