Economia Uganda, Pil +7% con esportazione di fiori ma cresce la povertà: “Noi non mangiamo fiori”

Noi non mangiamo fiori. È stata la frase più significativa emersa in questo workshop di lavoro tutto africano, tenutosi il 2 luglio a Kampala, Uganda, e promosso da Focsiv -Volontari nel mondo e Misereor nell’ambito del progetto europeo EU Trade & Agriculture Policy and its implication on poverty reduction (MDG1) Promotion of coherence by Civil Society. Il workshop è stato organizzato con la collaborazione di Caritas Kampala ed ha visto la partecipazione di più di ottanta partecipanti tra rappresentanti di ong locali appartenenti alla rete Acsa (Advocacy Coalition for Sustainable Agricolture) e non, associazioni di contadini, di consumatori, Caritas locali e le ong Focsiv Insieme si può e Cooperazione e Sviluppo, presenti con decine di progetti nella regione di Karamoja.

Erano presenti anche il Ministero del Commercio, cruciale vista la negoziazione in corso degli Epa (European partnership Agreement) e del recentissimo lancio del East African Community (Eac) (mercato comune dell’Africa orientale), e molti contadini.

Il tema del workshop ha ripreso quello del progetto, ossia identificare l’impatto delle politiche commerciali e agricole europee sulla lotta alla povertà, in particolare in Uganda, sia per formulare messaggi precisi da riportare alle istituzioni dell’Unione europea, attraverso il nostro lavoro di advocacy, sia per inviare gli stessi messaggi ai parlamentari e governanti ugandesi da parte delle ong locali.

Di fronte alle statistiche snocciolate dal Ministero per il commercio, che ha lodato la crescita del Pil ugandese e ne ha attribuito il merito anche alla liberalizzazione del commercio internazionale, si sono sollevate critiche da una società civile ben preparata ed organizzata, che ha ribadito come al pari del Pil sia cresciuto anche il livello di povertà, dovuto anche al modello di crescita basato prevalentemente sulle esportazioni.

“Questa concentrazione sulle esportazioni ha portato l’Uganda ad abbandonare alcune colture tradizionali per coltivare fiori destinati all’esportazione. L’Uganda esporta grandi quantità di fiori, ma questa attività non è a favore della comunità, perché noi non mangiamo fiori, noi mangiamo cibo, ma non lo abbiamo perché anche quello che abbiamo lo esportiamo” ha detto Agnes Kirabo della ong ugandese Vedco.

Un’altra partecipante di Pelum Uganda, un’altra ong molto attiva sui temi del commercio internazionale e agricoltura sostenibile, che ha seguito il negoziato sugli Epa, sottolinea come “l’obiettivo delle scelte economiche dell’Uganda deve essere il benessere della sua gente, affinché lei possa portare i suoi bambini a scuola. Bisogna rimettere al centro la gente. Sul tavolo dei negoziati Epa, l’Unione Europea ha chiarissimi i suoi obiettivi, elaborati all’interno del documento strategico Global Europe. L’Ue sussidia i suoi coltivatori perché dopo la seconda guerra mondiale ha giurato a se stessa che non sarebbe stata mai più sfamata da altri. Ma all’Uganda viene preclusa ogni forma di sostegno statale agli agricoltori. Le tasse all’esportazione possono essere uno strumento per incentivare o scoraggiare le produzioni locali destinate all’export, ma l’Ue vuole le materie prime a basso costo, e quindi pretende l’annullamento di questi oneri sulle materie prime ugandesi.

Il workshop è stato anche l’occasione per discutere i problemi e le sfide che gli agricoltori devono affrontare: dal costo degli input alle difficoltà di accedere al credito e ai mercati europei, a causa degli elevati standards che vengono richiesti, sia di qualità che di quantità, e infine dagli alti costi di produzione al ruolo dei “middle man”, gli intermediari tra i coltivatori e il mercato. Difficoltà che vengono esacerbate da un sistema sempre più competitivo indotto dalla liberalizzazione, e dall’invasione di prodotti europei molto più economici di quelli locali.

Quello che è emerso sarà alla base delle attività di advocacy che saranno portate avanti, sia in vista del negoziato sugli Epa che non è ancora concluso, sia in vista della riforma della Pac, affinché su entrambi i tavoli la strategia di liberalizzazione e penetrazione dei mercati codificata dall’Unione Europea sia mitigata, se non completamente riarticolata in base ai principi di equità e giustizia.

Alberta Guerra – Volotari per lo sviluppo