Autonomia Catalogna, Barcellona in piazza invoca l’ UE

A metà luglio oltre un milione di persone (secondo le stime della guardia urbana) si sono riversate nel centro di Barcellona. Non per festeggiare la Coppa del mondo, ma per chiedere più autonomia e sovranità per la Catalogna. Più specificamente, i cittadini catalani protestavano contro la bocciatura, da parte della Corte Costituzionale spagnola, di alcuni articoli fondamentali del nuovo Statuto di autonomia: sono stati rigettati il riconoscimento della nazione catalana (articolo dichiarato giuridicamente inefficace) e del catalano come lingua veicolare della regione, l’attribuzione alla regione del potere giudiziario, e la potestà legislativa locale in materia fiscale. La manifestazione, indetta da una piattaforma indipendente col contributo dei partiti catalanisti, è stata aperta dallo slogan “siamo una nazione” con grande sventolio – dettaglio non secondario – di bandiere dell’Ue.

Nuovo Estatut

Dopo quarant’ anni di dittatura franchista ultracentralista, la Costituzione del 1978 creò in Spagna uno “Stato delle Autonomie” per dare una forma politica alle diverse identità presenti nel paese e disinnescare le spinte centrifughe. Secondo il principio del “café para todos” non solo le regioni storiche (Catalogna, Paese Basco, Galizia e più tardi Andalusia), ma tutte le 17 comunità autonome godono di estese competenze, più altre trasferibili in seguito dallo stato. Lo Statuto è un po’ la carta costituzionale di ogni comunità-regione. Visto che le competenze sono negoziabili, gli Statuti vengono rinnovati relativamente spesso. Nel 2003 Zapatero promise che, se avesse vinto le elezioni, avrebbe accettato un nuovo Estatut catalano esattamente come lo voleva il Parlamento di Barcellona. Il patto sembrò funzionare: i socialisti tornarono al governo regionale e nazionale nel 2004 grazie anche al massiccio consenso raccolto nelle province catalane. Nel 2006 il Parlamento di Madrid ratificò integralmente le novità introdotte dallo Statuto catalano.

Ma il nuovo testo fu accolto da un’ ondata di proteste in tutta la Spagna: le competenze che la Catalogna voleva attribuirsi erano infatti molto più ampie di quelle delle altre autonomie. Il Partito Popolare (la destra centralista) imboccò dunque la via del ricorso costituzionale per bloccare il testo. Zapatero, la cui popolarità è scesa molto tra gli spagnoli negli ultimi due anni, ha dunque preso gradualmente le distanze dal problematico Estatut, giungendo ad accettare di buon grado la bocciatura del testo da parte della Corte Costituzionale spagnola.

Crisi catalana

“Non possiamo aspettarci più niente dalla Spagna”: le parole di Jordi Pujol, presidente-patriarca della regione dal 1980 al 2003, esprimono bene l’emprenyament catalano. Si tratta di uno stato d’animo che non ha solo radici politiche, per quanto la sfiducia verso la classe dirigente sia oggi alle stelle. La Catalogna è andata perdendo centralità economica: l’ex-locomotiva del paese (lo è stata negli anni ’80 e ’90, grazie alla manifattura e al commercio), in termini di Pil pro capite è stata superata da Paese Basco e Navarra – regioni di punta del sistema bancario spagnolo – e dalla Comunità di Madrid, centro nevralgico del sistema immobiliare e infrastrutturale. La regione ha partecipato meno delle altre all’ultimo boom immobiliare e finanziario, mentre oggi, dopo l’esplosione della bolla, le sue imprese esportatrici sono indebolite dal calo dei consumi in Europa. Inoltre, la crisi ha sottratto al governo di Madrid una delle leve principali per mantenere la fedeltà politica dei partiti catalani, ovvero la compensazione finanziaria. Sotto l’occhio vigile di Bruxelles e Francoforte ora i fondi vengono tagliati drasticamente e i partiti e il governo della Catalogna non possono più farvi assegnamento per garantirsi il consenso.

Le forze politiche catalaniste hanno affrontano in modo diverso l’impasse che ne è derivato a livello nazionale. La sinistra repubblicana di Catalogna (Erc) ha appoggiato nei municipi locali una serie di referendum consultivi sull’indipendenza, che hanno però registrato bassi tassi di partecipazione: nonostante siano in aumento, i favorevoli alla secessione sono meno del 30% della popolazione, e probabilmente il progetto di un referendum generale sarà abbandonato. Il partito dei socialisti di Catalogna (Psc), che amministra la regione e Barcellona, puntava sull’approvazione dell’Estatut ed è stato spiazzato dal “tradimento” di Zapatero: alle elezioni di ottobre rischia di perdere il controllo della Giunta regionale. Zapatero ha proposto di superare la sentenza della Corte attraverso una serie di leggi a valenza costituzionale, ma è una proposta che non convince. La democristiana Convergenza e Unione (CiU) ha preso l’iniziativa: convinta di tornare al governo, ma scettica sulle possibilità di successo dello scontro che potrebbe scaturire da una campagna per l’indipendenza, ha deciso di spostare a Bruxelles la lotta per quell’aumento delle competenze a cui la Corte Costituzionale si è opposta.

Strategia europea

Il catalanismo ha sempre visto l’ Europa come uno strumento per sostenere la propria autonomia politica e per indebolire il centralismo. L’ impegno della regione nelle istituzioni europee è sempre stato massimo, e non solo dal punto di vista economico: nel febbraio 2008 la Catalogna ha accolto alcuni delegati kosovari che avevano appena proclamato l’ indipendenza, nonostante la ferma opposizione della diplomazia spagnola al riconoscimento della provincia balcanica.

Tuttavia, questa strategia non ha grande prospettive. L’ idea dell’Europa delle Regioni appare tramontata: nonostante il principio di sussidiarietà, oggi sono gli stati che negoziano le competenze e le regioni come la Catalogna hanno scarsa influenza. L’ applicazione del modello tedesco (rappresentanti dei Länder partecipano ai Consigli dei Ministri) è impraticabile, perché la Spagna non è una federazione: il suo autonomismo è a geometria variabile. Alle ultime elezioni europee, CiU ha costituito una coalizione con altri partiti autonomisti-nazionalisti presenti in Spagna, riuscendo ad ottenere due seggi , ma la possibilità di un blocco parlamentare è remota, sia perché i potenziali alleati sono indipendentisti (lo Scottish National Party o le formazioni fiamminghe), sia perché il risultato numerico sarebbe comunque irrisorio.

Quali possibilità restano? Nel lungo periodo, i partiti catalanisti puntano sulla federalizzazione e la costituzionalizzazione dell’ Europa, con l’ obiettivo di ottenere una clausola di salvaguardia che permetta la modifica dei confini degli stati membri secondo la volontà popolare e il principio dell’autodeterminazione, sull’esempio della Costituzione svizzera: una valvola di sfogo in caso di eccessivo emprenyament, e una carta da far valere al tavolo della contrattazione delle competenze nazionali. Nel medio, il nuovo governo potrebbe invece promuovere la costituzione di un’Euroregione mediterranea occidentale, corrispondente ai territori dove sono diffuse la propria lingua e cultura, cioè ben oltre i confini regionali: Catalogna, Comunità Valenciana, Isole Baleari, Languedoc-Roussillon e Sardegna. Una soluzione che potrebbe offrire un’ inedita dimensione istituzionale alla tormentata nazione catalana. Si tratta però di due direttrici di azione difficili da percorrere, anche perché richiedono una capacità di proiezione sul piano europeo che manca ai partiti catalanisti.

Riccardo Pennisi insegna economia internazionale e politica economica europea all’Università Europea di Roma ed all’Università di Malta.

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